31 ottobre 2019 ore: 11:00
Società

Non c'è pace per i Rohingya: pronto il trasferimento sull'isola di Bhasan Char

Fuggiti in massa due anni fa dal Myanmar al Bangladesh a causa delle violenze e della discriminazioni, i Rohingya affronteranno presto un nuovo trasloco che rischia di metterli in condizioni ancora peggiori di quelle attuali. Il governo di Dacca, infatti, comincerà un piano che mira a portare 100 mila Rohingya sull’isola di Bhasan Char
Foto: Unicef, UN0119963, Brown Rohingya in fuga sbarcano in Bangladesh

Fuggiti in massa due anni fa dal Myanmar al Bangladesh a causa delle violenze e della discriminazione nei loro confronti, i Rohingya affronteranno presto un nuovo trasloco che rischia di metterli in condizioni ancora peggiori di quelle attuali, già molto precarie. Il governo di Dacca, infatti, ha fatto sapere che a fine novembre comincerà un piano che mira a portare 100 mila Rohingya sull’isola di Bhasan Char. Il motivo, ufficialmente, è quello di non riuscire più a far fronte al “disperato sovraffollamento” nei campi di Cox’s Bazar, dove al momento vivono più di 700 mila persone. Ma la scelta della nuova area non è ben vista da diversi organismi.

La posizione delle Nazioni Unite. Il relatore Onu sui diritti umani in Myanmar, Yanghee Lee, che aveva visitato l’isola a inizio anno, è piuttosto dubbioso sul fatto che “l’isola sia davvero abitabile”. Nell’area scelta, infatti, non è raro che si registrino cicloni e inondazioni. Inoltre, dice ancora Lee, “un trasferimento mal pianificato e senza il consenso degli stessi rifugiati, creerebbe una nuova crisi per i Rohingya”.

Nessun obbligo. Le autorità bengalesi hanno chiarito a più riprese che ogni trasferimento avverrà a titolo volontario e che ci sono già più di 7mila persone che hanno acconsentito ad andarsene da Cox’s Bazar. Detto questo, però, si nutrono parecchi dubbi sul fatto che i Rohingya siano davvero coscienti di ciò a cui andrebbero incontro: l’isola si trova a diverse ore dalla terra ferma e nella stagione dei monsoni le poche persone che già vi abitano sono costrette a restarvi a lungo in condizioni molto difficili.

Le criticità. A preoccupare, però, non sono solo le condizioni climatiche. Se da un lato è vero che a Bhasan Char si è lavorato per migliorare la situazione – più di 1.400 edifici per i rifugiati e interventi per ridurre i danni delle inondazioni – è innegabile che l’isola non è ancora dotata di un’organizzazione agricola e commerciale accettabile. E la situazione non è migliore se si analizzano i servizi sanitari ed educativi. Tutti problemi, del resto, con cui si sono scontrati i rifugiati anche a Cox’s Bazar, dove proprio l’impossibilità per i rifugiati di iscriversi agli istituti locali ha fatto sì che nascessero centinaia di scuole coraniche messe in piedi dal gruppo estremista Hefazat-e-Islam.

Le origini. I Rohingya, di fede musulmana, vivono nella zona nordoccidentale del Myanmar dall’ottavo secolo, ma non sono riconosciuti come un’etnia e, di conseguenza, non vedono riconosciuto alcun diritto nel paese del Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi. Di loro si è cominciato a parlare a più riprese dall’agosto 2017, quando sono dovuti fuggire in massa verso il Bangladesh a causa delle persecuzioni dei militari birmani.

L’articolo integrale di Fabio Polese (da Chiang Mai, Thailandia), Rohingya: il Bangladesh vuole trasferirli su un’isola sperduta e pericolosa, può essere letto su Osservatorio Diritti.
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