11 settembre 2019 ore: 15:37
Immigrazione

Violenze al confine e respingimenti: il “gioco” pericoloso dei migranti sulla rotta balcanica

di Eleonora Camilli
Viaggio tra i migranti bloccati in Bosnia nel tentativo di entrare in Europa. Lo chiamano il game il tentativo di passare le frontiere, ma la maggior parte delle persone viene respinta dalla Croazia, anche con l'uso della forza. "Qui non abbiamo niente, ma non ci lasciano passare"
Eleonora Camilli rotta balcanica

Segni di violenze sulla schiena di un migrante lungo la rotta balcanica

BIHAC - Seduto per terra, i piedi fasciati, il volto sfregiato, Karim si alza la maglia e mostra i lividi dietro la schiena: “Polizia, polizia” prova a dire in italiano. Originario del Marocco, ha vissuto qualche anno in italia, per poi tornare nel suo paese d’origine quando la madre si è ammalata. Ora per tentare di nuovo la fortuna in Europa ha preso un aereo per la Turchia e poi, passando per la Grecia e la Serbia, è arrivato fino a Velika Kladusa, cittadina a pochi chilometri dalla frontiera croata, e punto nevralgico, insieme a Bihac, per chi transita sulla rotta balcanica.

In tutto, secondo le ultime stime del governo centrale sono almeno 21 mila le persone arrivate in Bosnia dall’inizio dell’anno, alcuni sono riusciti a passare, altri restano bloccati, circa 5000 si trovano ora nel cantone Una-Sana. La maggior parte arriva dall’est: Afghanistan, Pakistan, India e Iraq. Ma negli ultimi mesi sono aumentati anche i maghrebini che tentano una via alternativa a quella del Mediterraneo centrale. Proprio come Karim e Moussa, che insieme ad altre centinaia di persone stanno tentando di raggiungere i paese del nord Europa, passando via terra. 

Migranti rotta balcanica
Migranti sulla rotta balcanica (copyright: Eleonora Camilli)

Sulla rotta balcanica si arriva dalla Turchia o dalla Grecia per poi risalire attraverso la Bulgaria, la Serbia o l’Albania. Ma è in Bosnia che il percorso per tanti si interrompe: il paese sta diventando, infatti, la nuova porta d’Europa. Chi prova a passare viene quasi sempre respinto dalla vicina Croazia. E’ stata la stessa presidente Kolinda Grabar-Kitarović, ad ammettere in un’intervista, il pugno duro al confine, dicendo che il capo della polizia e il ministro degli Interni le hanno assicurato di non aver “fatto un uso eccessivo della violenza” ma sottolineando anche che per respingere i migranti “un po’ di forza” è necessaria. Secondo le testimonianze dei migranti la Croazia non permette di fare domanda d’asilo nel paese neanche a chi ne fa esplicita richiesta. 

Eppure chi arriva qui non è disposto ad arrendersi: lo chiamano il game il tentativo di arrivare fino all’Italia superando le tre frontiere più difficili (Bosnia- Croazia, Croazia-Slovenia e Slovenia-Italia). In macchina ci vogliono circa tre ore e mezza da Trieste, a piedi dieci giorni di cammino, in mezzo alla foresta, con il rischio di essere attaccati da animali selvatici o fermati dalla polizia e respinti. Per poi ricominciare da capo, proprio come in un videogioco. Nei fatti, però sono pochi a tagliare il traguardo e tanti a tornare al punto di partenza, portandone i segni sul corpo.

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Segni di violenze su uno dei migranti bloccati lungo la rotta balcanica (copyright: Eleonora Camilli)

Le violenze, infatti, sono sistematiche e continue. “Ho provato e riprovato sette volte - racconta a Redattore sociale Samah, originario dall’India, fuori dal centro di accoglienza Miral -. Ma i problemi sono tanti, specialmente con le autorità croate. Non hanno pietà di noi, ci prendono tutto e ci picchiano per evitare che riproviamo ancora. L’ultima volta mi hanno preso il cellulare, la borsa, i vestiti e le scarpe”, racconta, mostrando le fasciature sui piedi, ancora pieni di cicatrici. Anche Fouad ha ricevuto lo stesso trattamento, pur avendo tentato almeno dieci volte. Ora dorme per terra, fuori dal centro. Il Miral, un ex complesso industriale che ha la capienza massima di 800 persone, è stato aperto a settembre per ospitare i migranti in transito. E’ gestito dall’Oim ed è in sovraffolamento. “Siamo senza cibo, senza vestiti, senza niente - aggiunge -. Quando ho provato a passare il confine c’è stata una colluttazione con la polizia croata - dice mostrando una cicatrice sul braccio destro -. Sono tornato indietro ma qui non c’era più posto, quindi sto aspettando fuori di poter rientrare. L’alternativa è riprovare il game. Non ho un documento di identità solo uno stay paper da quattro mesi, ma serve solo per stare qui”. A chi riesce ad entrare nei centri viene dato un foglio che serve per la registrazione. Quasi nessuno ha intenzione di fare richiesta d’asilo in Bosnia. Nel paese i rifugiati riconosciuti dalla guerra sono in tutto 80. Per chi volesse comunque tentare la formalizzazione dell’asilo è necessaria una residenza formale, che può essere richiesta anche in alcuni centri governativi. I pochi che hanno formalizzato la procedura d’asilo nel cantone Una-Sana, hanno ricevuto una carta gialla e devono poi sostenere due interviste con la Commissione a Sarajevo. La maggior parte, però, non alcuna intenzione di fermarsi nel paese, che ha un’economia in recessione e tassi di disoccupazione altissimi. Per questo l’unico tentativo è provare a passare la frontiera, o ogni costo. Dal 2016 un gruppo di ong sta monitorando i respingimenti illegali e le violenze ai confini, con una serie di report dettagliati sul sito Border violence. L’ultimo respingimento al confine, documentato, risale al 17 agosto scorso e riguarda un gruppo di 84 persone, tra cui 11 minori non accompagnati. Sono stati tutti portati alla stazione di polizia in Croazia ma non gli sono state prese le impronte né è stato possibile formalizzare la richiesta d’asilo. Dopo una notte alla stazione, sono stati caricati su un pullman, arrivati al confine con la Bosnia la polizia ha aperto il vano posteriore e ha fatto scendere le persone. Gli oggetti personali dei migranti (vestiti, scarpe, cellulari) sono stati raccolti insieme e dati alla fiamme. Stando ai racconti dei migranti quella di deprivarli di tutto sarebbe una pratica diffusa, che viene utilizzata per dissuadere le persone dal riprovare ancora. “Il fuoco hanno accesso - dice Akim, originario della Siria - quando ho visto il cellulare andare in fiamme sono scoppiato in lacrime, era l’unica cosa che mi teneva in contatto con la mia famiglia. Ora sto qui, dormo per terra, non ho più nulla: indietro non posso tornare, avanti è impossibile andare. Riproverò ancora finché avrò forza”. 

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