7 dicembre 2018 ore: 11:10
Economia

Diritto all'abitare. De Gangi: "La casa non basta, occorre seguire la famiglia"

Intervista a Mariangela Di Gangi (Laboratorio Zen Insieme) sulla situazione di Palermo, dove 6 mila persone senza casa e 1.300 sfratti sono eseguiti ogni anno, quasi sempre per morosità incolpevole. "Necessario farsi carico della complessità dei bisogni delle famiglie". Da gennaio attiva l'Agenzia per la casa del Comune

PALERMO - Rimettere al centro il tema del diritto alla casa in una prospettiva di programmazione ed azione più ampia, che pensi alla presa in carico complessiva delle famiglie che vivono uno stato di forte marginalità sociale. A parlarne è Mariangela Di Gangi, portavoce di Sinistra Comune, attivista e rappresentante da sei anni dell'associazione Laboratorio Zen Insieme. In città, sono decine di migliaia le persone iscritte nella lista Iacp ma manca un censimento reale del fenomeno da parecchi anni che permetta di capire quanti di questi iscritti abbiano ancora i requisiti. Secondo i dati, resi noti da Cgil e Sunia lo scorso settembre, in Sicilia ci sono circa 10 mila famiglie iscritte nella graduatoria per una casa popolare e solo poche centinaia hanno ottenuto un alloggio. Inoltre a Palermo ci sono 6mila persone senza casa, 1.300 sono gli sfratti eseguiti ogni anno, quasi sempre per morosità incolpevole e sono oltre 2 mila i nuclei familiari inseriti nelle liste per l'emergenza abitativa ma la graduatoria è ferma dal 2006.

Che cosa significa oggi occuparsi del diritto alla casa a Palermo?
Il diritto alla casa, e quindi anche il diritto all'abitare oggi, significa qualcosa di molto più complesso rispetto a come veniva inteso qualche anno fa. Sappiamo che, per una famiglia che è in povertà, il problema della casa è solo uno dei tanti altri problemi che deve affrontare. Il cambiamento oggi consiste proprio nell'approccio che si deve avere con la famiglia che sostanzialmente è quello di farsi carico della complessità dei suoi bisogni. Pensiamo che il comune di Palermo stia portando avanti  sul piano strettamente programmatico questa nuova impostazione di fondo. Da gennaio finalmente sarà attiva l'Agenzia per la casa del Comune in cui proprio in maniera unitaria e con una programmazione partecipata si affronteranno tutte le problematiche, soprattutto sul piano dei servizi, che portano una famiglia a non avere più un tetto dove vivere. L'amministrazione, in particolare, ha una pluralità di strumenti per fronteggiare il disagio abitativo che purtroppo non sempre vengono sfruttate come risorse significative perché c'è ancora troppa frammentazione. Per esempio oggi la persona che ha bisogno ha una serie di sussidi che la possono aiutare  ma che non vengono integrati tra loro e risultano dispersivi in un sistema che è ancora troppo farraginoso. Non si può pensare di consegnare in emergenza un bene confiscato a una famiglia in difficoltà se prima non la si aiuta  con altri mezzi per superare il suo stato di povertà. Chiaramente ci siamo accorti che intervenire a partire soltanto dalla casa non basta ma occorre seguire la famiglia in tempi rapidi nel quadro di una presa in carico complessiva e contestuale dei suoi principali bisogni.

Riguardo ad un quadro regionale quali sono i rischi ed i vantaggi della sanatoria?Sicuramente estendere dal 2002 al 2017 i termini per la sanatoria e della regolarizzazione delle posizioni abitative degli occupanti può essere l’inizio di una nuova stagione ma da sola non basta. Tutto questo però ha un senso se, contestualmente, si attivano tutte le procedure e tutti i servizi straordinari per evitare che le persone continuino ad occupare. Diversamente il rischio forte è quello di normalizzare un sistema. Serve pertanto urgentemente l’avvio di una strategia complessiva, che incroci gli interventi di Regione e Comune. L'Iacp, con la sua graduatoria stagnante, con un censimento delle famiglie che non c'è e con un bando che da anni non viene emesso, risulta uno strumento inadeguato a fronteggiare il dramma della casa. Se si continuano a dare poco meno di 100 case all'anno le liste continueranno a crescere.

Che dire invece di coloro che sono iscritti invece alla lista dell'emergenza abitativa?In qualche misura per la risoluzione del problema finora l'assegnazione dei beni confiscati è stata una risposta. Sono pochi però quelli per uso abitativo e non ci si può certo affidare soltanto a questi immobili. Quando pensiamo alle circa 3 mila famiglie iscritte nella lista, dobbiamo capire che non possiamo parlare più di emergenza che non può avere numeri così alti. Probabilmente al di là del bene confiscato occorre trovare altre soluzioni. Quando parliamo di emergenza abitativa, tutti noi pensiamo ai parecchi immobili chiusi della città e a quelli sfitti per cui si potrebbero creare delle condizioni per favorire l'affitto soprattutto nel centro storico. Quello per cui bisogna attivarsi subito quando una famiglia rimane per la strada non è certo quello di trovargli subito un tetto. Occorre in pratica attivare tutta una rete di servizi di accoglienza in emergenza che abbia come obiettivo prima di tutto la presa in carico multidisciplinare del nucleo familiare in modo da accompagnarla verso un percorso di autonomia che sia di fuoriuscita anche dal disagio abitativo. Auspichiamo intanto che al più presto venga discusso in Consiglio comunale il regolamento per l'emergenza abitativa. L'intenzione è quella di creare un'unica lista abitativa.

A Palermo sono molti gli immobili occupati da molte famiglie. Cosa fare? 
Sappiamo che sono molte le famiglie che vivono in questi immobili. A questo proposito una delle cose che abbiamo chiesto al comune è di predisporre la variazione di destinazione d'uso per esempio di quegli edifici scolastici che sono occupati da più di 10 anni. Potrebbe essere una strada e, considerato che è in corso il completamento del nuovo piano regolatore, con il cambio della destinazione d'uso gli occupanti fruirebbero della sanatoria  qualora ci siano anche gli stessi requisiti per l'accesso ad una casa popolare. Pagando una quota pregressa dal giorno dell'occupazione, si darebbe in questo modo alla famiglia la possibilità di entrare in un percorso di legalità che poi starà a questa continuare. Naturalmente il percorso di legalità ha bisogno di essere alimentato da un sistema che crei le condizioni per rimanerci.

Un nodo forte da sciogliere resta lo smantellamento del campo rom, si spera entro la fine dell'anno.
Le risorse economiche dedicate sappiamo tutti che ci sono ma il processo deve essere graduale perché complesso e molto delicato se non si vuole innescare una guerra tra poveri. Per quanto ci riguarda abbiamo sollecitato l'amministrazione ad intervenire; sappiamo che c'è un piano ben preciso e speriamo che il processo si svolga in maniera serena. Ricordiamoci che le famiglie rimaste al campo sono poche e abbiamo il campo Rom più piccolo d'Italia.

Riguardo agli occupanti dello zen qual è la situazione attuale?
Siamo davanti all'area periferica più grande della città che tra Zen 1 e Zen 2 conta circa 17mila abitanti. Dal punto di vista della crescita sociale la situazione rispetto al passato è sicuramente migliorata; c'è un tessuto sociale molto più coeso e solidale e c'è meno spazio per fare crescere l'economia illegale. Inoltre, il sentimento comune che a poco a poco è cresciuto è che molta gente del quartiere si è stancata di avere l'etichetta di 'essere dello Zen' che in alcuni casi ha pregiudicato i rapporti sociali e lavorativi. Attualmente però le istituzioni per quanto molto più attente al quartiere sono più lente rispetto al resto della città. I servizi promessi come quello di avviare un lavoro sinergico di tutte le istituzioni per la regolarizzazione della prima Insula non si sono ancora realizzati; sono stati fatti dei passaggi, le famiglie sono state censite e hanno dato disponibilità a sanarsi ma tutto è rimasto poi fermo. Siamo quindi davanti ad un processo molto lento rispetto a quello che dovrebbe essere. Aspettiamo che i nuovi vertici dello Iacp si insedino per ritornare sul tema. (set)