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11 giugno 2018 ore: 15:29
Immigrazione

Aquarius, "la responsabilità principale è della nazione che coordina i soccorsi"

Francesca De Vittor, ricercatrice di diritto internazionale in Cattolica a Milano, parla del braccio di ferro fra l'ong Sos Mediterranée e il governo italiano, risolto dalla presa in carico dei migranti da parte della Spagna: “L'Italia può chiedere ad altri Paesi di aprire i propri porti ma non può limitarsi a dire 'se ne vadano altrove"

MILANO - Diritto internazionale del mare; guerra di logoramento fra ong nel Mediterraneo e Roma; spunta anche una sentenza della Corte Ue dei diritti dell’uomo contro l’Ucraina che si applica perfettamente al caso italiano. Questi gli elementi nel braccio di ferro in atto fra governo italiano e la nave Aquarius della ong francese Sos Mediterranée, bloccata in acque internazionali con 629 migranti a bordo e l'accesso negato ai porti italiani. Proprio in queste ore la Spagna ha accolto l'invito dell'Italia alla solidarietà offrendosi di farsi carico dell'emergenza. 

Nelle stesse ore il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha twittato un avvertimento a tutte le organizzazioni: “L'Italia ha smesso di chinare il capo e ubbidire, stavolta c'è chi dice no”, ha scritto con riferimento alla Sea Watch 3, imbarcazione di una ong tedesca, che dopo lo sbarco a Reggio Calabria ha ripreso le proprie attività di ricerca e soccorso. 

“L'Italia può chiedere ad altri Paesi di aprire i propri porti ma non può limitarsi a dire 'se ne vadano altrove' spiega Francesca De Vittor, ricercatrice di diritto internazionale all'Università Cattolica di Milano, esperta di diritto del mare. “La convezione Sar del 1979 parla di responsabilità condivisa fra gli Stati nell'individuazione del luogo di sbarco – dice la ricercatrice spiegando come gli stati coinvolti nel caso di Aquarius siano Italia, Francia (ong), Malta e Regno Unito (la nave batte bandiera di Gibilterra) –. Ma un emendamento del 2004, che l'Italia ha accolto e a cui Malta si è opposta, sancisce che la responsabilità principale è della nazione che coordina i soccorsi: Aquarius ha dichiarato di essere intervenuta su chiamata del Maritime rescue coordination center di Roma, senza essere smentita, quindi la responsabilità principale di individuare un porto spetta all'Italia”.

Un emendamento, quello del 2004, nato proprio sulla spinta di un contenzioso diplomatico che quell'anno coinvolse Italia, Germania e Malta sul caso della nave Cap Anamur e i 37 sudanesi che nessuno voleva prendersi. Un contenzioso che ha portato a un processo per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina contro l'equipaggio conclusosi nel 2009 con assoluzione. 

Esistono dei precedenti di porti negati a navi che hanno soccorso profughi e migranti. “Il caso della nave Pinar, una petroliera battente bandiera turca mandata ad effettuare un soccorso perché vicina, che l'Italia non faceva attraccare pur inviando viveri e medici a bordo”. O ancora: “L'Australia lo fa e la stessa Malta che nega l'accesso ai suoi porti esclusi i casi di evacuazione medica: questo è un dato di fatto”, ma per l'esperta di questioni marittime rimangono dubbi sulla legittimità di tali scelte: “La convenzione Sar specifica che è obbligo di chi coordina i soccorsi far sì che avvengano nel modo più rapido, efficace e recando il minor danno al capitano della nave”. Per esempio “deviando il meno possibile dalla rotta originaria”. Quindi “ritardare le operazioni” significa “mettere in pericolo le persone, ritardarne il ricovero in ospedale, si rischia di creare situazioni di frustrazione a bordo di Aquarius” tanto che la ong francese avrebbe potuto invocare lo stato di necessità ed entrare in porto anche senza autorizzazione. "Chi entra per evitare un pericolo di vita per i membri dell'equipaggio o per i passeggeri, non sta violando il diritto internazionale” e, tecnicamente, nemmeno il codice penale italiano. 

L'ultimo profilo riguarda un caso che sembra lontano ma non lo è: il caso Kebe vs Ucraina che si è celebrato alla Corte europea dei diritti dell'uomo nel 2017. “Una nave mercantile con a bordo dei rifugiati con tanto di documento dell'Alto commissariato Onu è entrata in un porto ucraino dove le autorità non hanno fatto scendere le persone lungo i moli, come se non fossero semplicemente mai entrate in una loro giurisdizione – spiega la docente della Cattolica –. La corte Ue ha inserito una particolare nozione: quella di “jurisdiction to decide”, la giurisdizione per decidere se far sbarcare o meno e condannato l’Ucraina”. (Francesco Floris)

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