8 agosto 2018 ore: 14:07
Immigrazione

Corsi di agraria, per trovare lavoro o tornare in Africa (non a mani vuote)

Settantadue richiedenti asilo, mille ore di lezione con i professori dell'istituto agrario, stage in tre aziende agricole: inizia a Brescia “Farm training” il progetto della Cei per fornire competenze agricole e in allevamento anche a chi sarà rimpatriato. Padre Domenico: “Semina, zootecnia, grano, daremo competenze per non farli tornare a casa a mani vuote”
Agricoltura - semi piantati a terra

MILANO – Diventare agricoltori e allevatori. Ripartono da qui 72 richiedenti asilo, oggi ospiti dell’Asilo Notturno Pampuri Fatebenefratelli di Brescia e della Caritas bresciana. A settembre inizia per loro un corso teorico e pratico di mille ore finanziato con 120mila euro dalla Conferenza episcopale italiana nell'ambito del progetto “Farm training: liberi di partire, liberi di restare”. Lo scopo? Acquisire formazione specifica in allevamento, agronomia, coltivazioni, meccanica agraria, manutenzione dei macchinari e sicurezza. Questo l'obiettivo del Centro Migranti della diocesi di Brescia che, assieme al preside e ai docenti del Tecnico Agrario dentro l'Istituto “Padre Giovanni Bonsignori” di Remedello, ha pensato il corso e le lezioni. Tre anni, 24 studenti per ciclo durante il periodo “scolastico” settembre-giugno, con lezioni frontali e stage in tre aziende agricole del bresciano prima della valutazione finale. Migranti e agricoltura è un connubio che porta il pensiero ai morti pugliesi di questi giorni, al caporalato, alle forme contemporanee di schiavitù. Ma non deve per forza essere così. “Daremo delle competenze orientate sia ai Paesi di origine che alle colture del territorio in cui ci troviamo – spiega Padre Domenico Colossi del Centro Migranti –. La semina, le competenze base in zootecnia, il grano e non solo ai richiedenti asilo perché c'è anche un gruppo di migranti che vivono qua da anni e vogliono sviluppare quel tipo di attività”.  

Il prete è stato in passato ispiratore di un'esperienza simile, su scala ridotta, a Reggio Calabria. Dove “avevamo minorenni ospitati nelle strutture che al compimento dei 18 anni finivano in strada” e quindi “vista la presenza di terreni in comodato d'uso nell'Aspromonte si creò la necessità di una formazione specifica nell'ambito di come si coltiva, della potatura degli olivi, la gestione di una piccola fattoria”. Invece “nel bresciano non abbiamo a disposizione dei terreni come in Calabria ma aziende agricole che domandano competenze, sopratutto in certi periodi dell'anno come la vendemmia, quando vengono organizzati i pullman dalla Romania perché c'è bisogno di manodopera”. 

Competenze che possono tornare utili anche dopo i dinieghi, i fogli di via, i rimpatri “altamente probabili in questo contesto”. Quando obbligati a rientrare in Ghana o Nigeria, per i ragazzi che hanno cercato fortuna in Europa subentra “la delusione totale del respingimento, di tornare a mani vuote” come la definisce Padre Domenico. E aggiunge:  “Il governo italiano parla di rimpatri ma non stabilisce mai un budget, con programmi specifici. Che fanno queste persone, tornano a nuoto?”. Per questa ragione, secondo Colossi, oltre ai corsi di agraria è fondamentale che la diocesi bresciana si muova su un secondo binario: “Vedremo come trovare le risorse, con associazioni, fondazioni, fondi europei, ma serve il sostegno finanziario per attivare piccole attività”. È lo stesso principio che ispira l'azione dell'Organizzazione  internazionale per le migrazioni (Oim) nel quadro dei rimpatri volontari assistiti, che infatti prevedono anche pacchetti di sostegno economico per le famiglie che rientrano in patria.

Soldi che dovrebbero servire anche a riconvertire le “economie migratorie” di alcune aree del continente africano.  Per il prete bresciano, il principio ispiratore del sostegno finanziario vale sia “per chi rimane in Italia” che per chi è costretto a rientrare. Il motivo? “Il diniego fine a se stesso aumenta i 'clandestini', bisogna dare la possibilità temporanea di inserirsi nel mondo del lavoro”. Per Padre Domenico: “Non si può creare una sacca di irregolari, senza speranze e possibilità, gettarli in mezzo alla strada e sui marciapiedi grazie a leggi ingarbugliate e alla fine di questo percorso gridare all'invasione e fare propaganda”. Un invito ad “aprire gli occhi: ci si lamenta che gli irregolari sono per strada ma la soluzione qual è?”. E chiude offrendo una sponda: “la Chiesa può fare la sua parte con alcuni beni ecclesiastici come appezzamenti di terreno abbandonati o in montagna, ma abbiamo le mani legate” perché “come Centro Migranti non possiamo aiutare in nessun modo chi è irregolare, nemmeno alloggiarli o favorirne l'inserimento lavorativo”. (Francesco Floris)

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