2 maggio 2018 ore: 12:43
Famiglia

Giovani, quando il dolore sfocia nel suicidio. "Ma la prevenzione è possibile"

L'analisi di Maurizio Pompili, responsabile del Servizio prevenzione del Sant'Andrea di Roma, a partire dal caso di dj Avicii, morto a 28 anni. Una lettera aperta della famiglia fa pensare all'ipotesi del suicidio. "Siamo davanti a due mondi contrapposti: quello del successo e quello della tortura interiore"
Suicidio, salute mentale, depressione, ragazzo accovacciato - SITO NUOVO

ROMA - Il dj svedese Avicii, morto lo scorso 20 aprile in Oman (paese della penisola arabica) a 28 anni, potrebbe essersi suicidato. L'ipotesi è emersa in seguito alla lettera aperta scritta dalla famiglia di Tim Bergling (il vero nome dell'artista), pochi giorni dopo. La versione non è stata confermata dal suo portavoce, tuttavia le parole dei familiari fanno emergere i segnali di una profonda sofferenza interiore: "Voleva pace", "Non poteva più andare avanti". E ancora: "Tim non era fatto per la macchina del business in cui si è trovato dentro; era un ragazzo sensibile che amava i suoi fan ma evitava i riflettori". Infine: "Era un’anima artistica fragile che cercava risposte a domande esistenziali, un perfezionista dai risultati eccellenti che ha viaggiato e lavorato duro a un ritmo che lo ha portato a uno stress eccessivo". Inoltre, Avicii aveva problemi di salute, fra cui la pancreatite, causata dall’abuso di alcol.

Fragilità, perfezionismo, peso dello showbusiness, alcolismo. Tutti elementi che potrebbero quindi aver spinto il dj a togliersi la vita. Ma come si può spiegare il suicidio di un giovane di talento che ha davanti a sé una carriera di successo? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Pompili, responsabile del Servizio per la prevenzione del suicidio del Sant'Andrea di Roma.
"Colpisce molto quando una persona nota si suicida, la notizia fa clamore ma non dimentichiamo che i suicidi sono oltre 880 mila nel mondo ogni anno. Nel caso di dj Avicii, emerge una scalata al successo troppo veloce rispetto alle risorse dell'individuo. Una vicenda che ricorda molto quella di Kurt Cobain (leader dei Nirvana, trovato morto il 5 aprile del 1994 nella sua casa di Seattle, secondo la versione ufficiale per suicidio ndr). Si tratta di personaggi osannati dalle folle, ma che non sentono più nulla nei confronti della vita. Quella di Avicii sembra la stessa situazione: aveva problemi esistenziali, era arrivato a torturarsi con la sua stessa emotività. E' arrivato al successo troppo giovane, ma questa popolarità non ha trovato corrispondenza con una sicurezza interna, con la capacità di gestione degli affetti. Siamo davanti a due mondi contrapposti: quello del successo e quello della tortura interiore. In più c'è l'abuso di alcol, uno degli elementi facilitatori del rischio suicidio.

Quando la sofferenza psichica sfocia nel suicidio?
Il dolore mentale è fatto di vergogna, sconfitta. Si tratta di fare un bilancio della propria vita sempre in negativo. Queste persone che convivono con una profonda sofferenza psichica si sentono in un tunnel e non vedono altro modo di liberarsi dalla morsa che suicidarsi. Quando la sofferenza si spinge oltre la soglia di sopportazione queste persone dicono basta e si tolgono la vita. Ma in realtà non vogliono morire, vogliono vivere, purchè qualcuno le aiuti. Chi si è suicidato ha avuto un dolore talmente grande che non gli ha permesso di vedere l'amore dei cari e la possibilità di una soluzione. Tuttavia le persone con intento suicidario spesso comunicano la loro volontà, ad esempio pronunciando frasi come "a che serve vivere": questi sono elementi pregnanti che possono far scattare l'allarme. In altri casi l'intento suicidario può essere più criptato. Ma comunque l'aiuto è possibile.

I giovani sono più esposti al rischio suicidio?
Il suicidio è la seconda causa di morte per i giovani tra i 15 e i 29 anni secondo l'Oms. Questo accade perchè i giovani sono più vulnerabili, gestiscono abilità che si stanno consolidando, sono esposti a fattori come l'abuso di sostanze. Poi c'è l'ambiente familiare in cui sono stati cresciuti che può aver creato una condizione di vulnerabilità, ovvero un terreno fertile in cui alcune ferite narcisistiche non vengono tollerate.

Il fatto di essere continuamente connessi sui social network può peggiorare questa situazione?
Nel mondo virtuale si è amici di tutti e nessuno, ma di fatto si è soli nella propria stanza. Una situazione che può esacerbare il sentimento di solitudine. In più, il paragone con le vite degli altri può diventare un elemento continuamente lesivo. Pensiamo al cyberbullismo: l'elemento di danno del bullismo è confinato alla classe, mentre nel caso del cyberbullismo l'episodio di abuso viene dato in pasto alle comunità dei social network. Questo è un fenomeno gravissimo che ha causato e causa fin troppe vittime tra i giovani e solo un numero minimo riesce a farsi aiutare.

Come si previene il suicidio?
Innanzitutto affermiamo che il suicidio si può prevenire con una informazione e una formazione adeguate. Occorre consapevolezza della sofferenza mentale, sapersi approcciare, non avere paura della fatidica domanda: "Hai mai pensato di voler morire?". E riferire a specialisti in grado di accogliere le persone in crisi e di dare i farmaci. Ogni anno a Roma si svolge il convegno internazionale dedicato alla prevenzione del suicidio alla Sapienza: in 10 anni il paradigma è cambiato, c'è meno paura. E' passato il concetto che parlare di suicidio non è parlare della morte ma della vita. Quest'anno l'appuntamento è per il 13 e 14 settembre con specialisti, attori, registi e testimonianze delle persone che sono riuscite a reagire. (ab)

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