14 agosto 2020 ore: 10:00
Immigrazione

Nel mare “non ci sono più i coccodrilli”: Fabio Geda racconta Enaiat "quasi italiano"

di Chiara Ludovisi
Lo hanno concluso durante il lockdown ed è da poco uscito in libreria: “Storia di un figlio”. Di Fabio Geda ed Enaiatollah Akbari, racconta il seguito della storia del ragazzo afghano dieci anni dopo: la storia del suo paese e della sua famiglia e qualla che lui, lontano migliaia di chilometri, ha continuato a vivere
Storia di un figlio copertina

Storia di un figlio copertina

ROMA - E' un'odissea dei nostri giorni, quella che Enaiatollah Akbar ha vissuto e che Fabio Geda ha raccontato, insieme a lui, nel libro “Nel mare ci sono i coccodrilli”. Iniziava con la partenza dall'Afghanistan, dove la mamma lo lasciava ancora bambino, perché potesse salvarsi dai talebani. E finiva, il viaggio, con l'arrivo in Italia, precisamente a Torino, dopo anni di avventure, paure, prove superate, ma anche perdite e dolore. Enaiatollah trovava una famiglia, una scuola, una nuova vita. E il libro finiva. Non finiva la storia però, quindi doveva iniziava un altro libro, anche questo firmato da Fabio Geda ed Enaiatollah Akbar, “Storia di un figlio. Andata e ritorno” (Baldini e Castoldi, 2020). Un nuovo libro necessario, perché tanto c'era ancora da raccontare: da una parte quel pezzo di famiglia rimasto in Afghanistan – la madre, la sorella, il fratello – con la minaccia dei talebani e di quell'11 settembre arrivato tramite la televisione e la “guerra al terrore”. Dall'altra parte del mondo Enaiat che, a Torino, metteva radici, ma non perdeva le sue. Sempre in rapporto con la sua gente, la sua cultura, la sua storia, ha aiutato sua madre, ma non ha potuto salvarla dalla morte a cui le violenze in quella parte di mondo l'avevano condannata. E poi, con il visto in mano, ha rifatto il viaggio a ritroso, per andare a prendersi la donna che amava e che aveva promesso di diventare sua sposa. Andata e ritorno. Un figlio, un marito, domani forse una padre. Redattore Sociale ha intervistato Fabio Geda, educatore di comunità prima che scrittore, per farsi raccontare l'origine, i retroscena e il senso di questa storia.

Dopo "Nel mare ci sono i coccodrilli", tu ed Enaiat non vi siete persi di vista. Come è nato questo rapporto e come sta maturando? Enaiat è un collega, un amico, un ragazzo che hai aiutato, un "figlio"?

Ci siamo incontrati durante una presentazione del mio primo romanzo. Lui era stato invitato a fare da controcanto, con la sua storia vera, alla storia da me inventata di un ragazzino romeno che viaggiava da solo, in Europa, per cercare suo nonno. Quando l'ho sentito parlare, e raccontare, ho percepito una grande sintonia tra il suo sguardo leggero, persino ironico, sulle proprie drammatiche vicende, e quello che io tentavo di fare con la mia scrittura. In quel momento, quella sera stessa, "Nel mare ci sono i coccodrilli" ha cominciato a nascere. Enaiat è per me un amico e un compagno di viaggio.

"Storia di un figlio": perché questo titolo? In fondo il libro racconta di madri, fratelli, amici... Chi è "il figlio"?
Enaiat è figlio di sua madre. Il rapporto con la madre è al centro della storia, in ogni momento. Quando la storia comincia, per la scelta della madre di lasciarlo a Quetta. Quando la storia finisce, nell’ultima pagina di “Nel mare ci sono i coccodrilli”: la famosa telefonata che ha fatto versare fiumi di lacrime ai lettori. E la grande gioia e il grande dolore che attraversano questa nuova parte della storia.

Il libro racconta due storie “parallele”: da una parte la famiglia di Enaiat, tra Afghanistn e Pakistan. Dall'altra Enaiat, in Italia e anche in giro per il mondo, dopo la pubblicazione del libro. Quale delle due "storie" è stato più difficile ricostruire e raccontare?
La storia lontano da noi è stata quella più complessa da ricostruire nei dettagli. La vita della famiglia tra il 2001 e il 2008, soprattutto, mentre in Afghanistan infuriava la guerra al terrore scatenata dagli Stati Uniti a seguito degli attentati dell’undici settembre.

Enaiat ha cercato a lungo e con ansia la sua famiglia: hai vissuto "in diretta" questa ricerca? In che modo?
No. Io all’epoca non lo conoscevo ancora. Ci siamo conosciuti esattamente nell’anno in cui ha ritrovato sua madre al telefono.

La storia di Enaiat è sospesa tra il suo paese d'origine e quello che lo ha "adottato". Ti sembra che si sia "radicato"?
Sì. Mi commuove vedere quanto ama Torino. Ogni volta che viaggiamo insieme e magari, tornando, si iniziano a vedere le colline della città, oppure, dall’alto, si intravede la Mole Antonelliana, è come se lui riprendesse a respirare. Ha amici italiani e afghani. Lavora presso l’Università. Viaggia per l’Italia. Ha fatto richiesta di cittadinanza, adesso, a distanza di anni (nel libro spieghiamo la ragione di questa scelta). Mi sembra si sia radicato, al netto del fatto che parte di queste radici saranno sempre piantate in Afghanistan. Il sottotitolo del libro - “Andata e ritorno” - fa riferimento anche a questo dialogo costante tra le sue radici.

La storia finisce prima che la pandemia invada il mondo. Come ha vissuto questo periodo Enaiat? E come immagini che proseguirà la sua storia? Pensi che continuerete a raccontarla?
Dobbiamo attendere che il presente diventi passato. Abbiamo chiuso “Storia di un figlio” a distanza, durante il lockdown. Quel torpore ha fatto la punta alle ultime stesure. Ora per un po’ riprenderemo a viaggiare insieme per stare dietro al libro. Passerà altro tempo. E magari fra dieci anni faremo un terzo libro. Tra venti un quarto. Tipo: registrare una vita. Ma questo chi può dirlo? Si vedrà

Enaiatollah Akbar e Fabio GedaNel libro Enaiat accenna a come abbia vissuto la pubblicazione del primo libro. Trovi che sia cambiato? Come?
No, non è cambiato per nulla. È fedele a una certa visione del mondo e della vita che lo fanno camminare con umiltà e rispetto in mezzo a qualsiasi situazione. Lui è stato molto felice di poter portare la propria storia in giro. Quando è uscito “Nel mare ci sono i coccodrilli”, dieci anni fa, queste storie non erano così note al grande pubblico, quindi la reazione della maggior parte dei ragazzi, ma anche degli adulti, era di stupore e compassione. Tra lui e gli studenti si è sempre creata una buona empatia. Di questo, so che Enaiat è molto grato al libro e ai lettori.

Esistono migliaia di Enaiat in Italia e non tutti hanno la fortuna di incontrare uno scrittore che racconti la loro storia, o una famiglia che li aiuti ad ambientarsi. Hai mai pensato di andare a cercare altri Enaiat?
No. Diventerebbe una specie di “operazione”. Agli altri Enaiat ci penseranno altri. E poi quello che permette di far scaturire libri come questi è una scintilla che non si può riprodurre in laboratorio. Potremmo definirla, quella tra noi, una affinità elettiva non scontata.

Arriverà anche un film, a raccontare la storia di Enaiat?
È molto che il cinema gira attorno alla nostra storia. Per ora non c’è nulla in produzione, ma chissà.

Cosa pensi che abbia "funzionato" nel percorso d'integrazione di Enaiat? E cosa invece non ha funzionato?
Ha funzionato tutto. Ma è un caso raro. Ha funzionato l’immediata accoglienza da parte di una famiglia. Ha funzionato la comunità, che lo ha supportato nel suo percorso di studio e integrazione. Poi, “Nel mare ci sono i coccodrilli” gli ha dato una visibilità che lo ha fatto sentire “sognato”, come diciamo alla fine di “Storia di un figlio”. E sappiamo, come diceva Danilo Dolci, che "si cresce solo se sognati".

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