16 aprile 2018 ore: 14:31
Giustizia

Via i 41 bis da Ascoli Piceno. Cambia la geografia della massima sicurezza?

Dopo 36 anni di misteri e inchieste internazionali, l’istituto di massima sicurezza perde la sezione speciale. Da Riina ad Alì Agca, da Senzani a Cutolo, ecco i detenuti che hanno fatto la storia della piccola ‘fortezza’ marchigiana voluta dal generale Dalla Chiesa. I detenuti trasferiti per la maggior parte a Cuneo, che sta assorbendo i reclusi da altri istituti italiani
Carcere, celle - SITO NUOVO

ASCOLI PICENO - Se ne sono andati alla spicciolata, perché resti sorvegliato speciale anche quando sei in viaggio. Ma hanno lasciato il capoluogo piceno tutti nel giro di pochi giorni, perché trasferimenti così ‘pesanti’ vanno fatti in fretta. E senza troppa pubblicità. Il carcere di Marino del Tronto, chiamato così dal nome del quartiere in cui sorge la struttura di massima sicurezza voluta dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nei primi anni ‘80, non ha più i ‘suoi’ 41 bis. Né il loro reparto speciale
Quaranta super detenuti, rinchiusi fino a poche settimane fa nella piccola ‘fortezza’ affacciata sull’Ascoli-Mare, hanno preparato il sacco da un giorno all’altro, destinati per la maggior parte al nuovo reparto 41 bis del carcere di Cuneo, che sta assorbendo i detenuti provenienti da altri istituti. Secondo un orientamento nazionale che vuole concentrati in determinati istituti i reparti di massima sicurezza.
Con loro se ne va un pezzo importante della storia della città e un pezzo fondamentale di quella del Paese.
Il carcere ascolano cambia volto da un giorno all’altro, chiudendo a doppia mandata nelle celle del primo e secondo piano della palazzina più blindata di tutta la struttura, una quotidianità fatta di procedure eccezionali. E 36 anni trascorsi a custodire i protagonisti delle pagine più oscure della storia contemporanea.

Quando il 41 bis si chiamava articolo 90, nella cella della AR (area riservata) del reparto speciale sono stati rinchiusi detenuti del calibro di Giovanni Senzani, capo del “fronte delle carceri” delle Brigate Rosse, il brigatista che partecipò al rapimento di Roberto Peci, sequestrato il 12 giugno del 1981 a San Benedetto del Tronto: solo una trentina di chilometri ad est di Marino del Tronto, in una provincia spaccata in due, tra i ‘neri’ della città e i ‘rossi’ della costa. Nelle celle a fianco all’AR e in quelle del secondo piano, sono stati reclusi altri pezzi da 90 del terrorismo, sia di destra che di sinistra, come Mario Moretti (Br) e Giusva Fioravanti (Nar). “Erano strafottenti – ricorda chi faceva i turni in quegli anni -, ti guardavano sempre con disprezzo, schifati. Indossavi una divisa, e per loro era sufficiente per considerarti un servo dello Stato, nel senso più deleterio del termine. Gli altri no, con gli altri non ci sono mai stati grossi problemi. Nemmeno prima, quando ancora il Gom (il gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria destinato alla custodia dei 41 bis n.d.r.) non era stato istituito”.

Gli ‘altri’ sono i capoclan della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta e della sacra corona unita. Perché nel reparto 41bis del supercarcere di Ascoli, ci sono passati tutti. “Li guardavi e nel modo di essere rispecchiavano molto gli italiani ‘liberi’: i calabresi non parlavano mai, i napoletani erano sempre molto chiassosi, i siciliani più tranquilli, in perenne equilibrio tra il rispetto e l’osservazione di chi avevano davanti”.

Massima sicurezza al Marino voleva dire un nome su tutti: Totò Riina. Con le prime udienze in videoconferenza. E le visite mediche che blindavano il Mazzoni, con i cecchini sui tetti dell’ospedale provinciale a ‘bonificare’ l’area per tutta la durata della trasferta. O, prima di lui, Ali Agca, l’ex terrorista turco che provò a uccidere Papa Giovanni Paolo II e che proprio dal carcere ascolano diventò una inesauribile fonte di rivelazioni e smentite. “Agca non mangiava i pasti della cucina dei detenuti, come tutti gli altri – raccontano gli ufficiali dell’epoca – ma quelli della nostra. Per questioni di sicurezza. C’erano due chiavi: una custodita in cucina e l’altra al piano. I pasti venivano inseriti in un contenitore simile a quelli per i picnic, ma chiuso ermeticamente. L’agente di turno in cucina chiudeva il cestello, portava il pasto al piano e il collega che si trovava vicino alla cella lo apriva e consegnava il pasto al detenuto. Era così ogni giorno, a colazione, pranzo e cena”.

Altri incontri, altri misteri, stesso carcere anche per Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata (Nco), che aveva trascinato nel processo per il rapimento dell’assessore democristiano Ciro Cirillo anche alcuni dirigenti dell’istituto, finito nelle carte giudiziarie perché, secondo il giudice istruttore dell’epoca, proprio dal Marino, Cutolo aveva gestito la liberazione del politico sequestrato dalle Br. Nel reparto di massima sicurezza ascolano sono stati rinchiusi anche Leoluca Bagarella, Michele Zagaria, Totuccio Contorno e Giovanni Farina, l’autore del sequestro di Giuseppe Soffiantini, l’imprenditore di Manerbio che 10 anni dopo il rapimento pubblicherà le poesie che il suo carceriere gli aveva inviato dalla cella ascolana. E poi i fratelli Madonìa e il boss di Casal di Principe, Francesco Schiavone, conosciuto come Sandokan, che ancora dal Marino ne spedì un’altra di lettera, questa volta di minacce: la missiva, sfuggita alla censura, era destinata alla redazione di un quotidiano campano e rivolta al senatore Lorenzo Diana, in quel periodo (1998) segretario della Commissione parlamentare antimafia.

Una quarantina i posti ad Ascoli per il carcere duro e altrettante le celle singole che, invece, prima dell’entrata in vigore del 41 bis, contenevano la doppia branda e permettevano all’istituto di custodire un’ottantina di persone, tra terroristi e boss della criminalità organizzata. All’interno pochissime cose: water in acciaio e telecamere sempre a fuoco nelle stanze dell’area riservata, dove tra il letto e il bagno c’era solo un basso muretto divisorio. Mentre nelle altre celle della stessa sezione c’è una porta a dividere i due ambienti. E, per tutti, televisore incastonato in una nicchia di ferro e acciaio, chiusa da un vetro blindato e telecomando con 7 canali come unica ‘finestra’ sul mondo. Cortile riservato anche per l’ora d’aria e biblioteca dedicata, con libri dalla copertina rigorosamente morbida, per impedire il passaggio di materiali vietati. Vetro divisorio anche in sala colloqui, dove negli incontri con i familiari era consentito solo ai bambini più piccoli poter abbracciare per qualche minuto il papà. 
Pippo Calò, ‘il cassiere di Cosa Nostra’, è stato uno degli ultimi calibri pesanti rinchiusi nel supercarcere e al Marino dipingeva, rinunciando all’ora d’aria. Tele su tele che, nonostante ripetute richieste, non hanno mai lasciato il magazzino dell’istituto.

Cambia volto il Marino con l’ex reparto di massima sicurezza che ora sarà destinato ai detenuti dell’As3 (Alta sicurezza 3, il livello più basso). Mentre la casa circondariale, con i suoi detenuti comuni che in questi anni hanno vissuto all’ombra dei ‘compagni’ della sezione speciale, racconta storie di una criminalità diversa, molto lontana dagli interessi delle stanze che contano. Storie che spesso affondano le radici nel disagio sociale e in una povertà sempre più dilagante. Senza ideologie o intrighi internazionali. Ad incombere ora, come per tutte le carceri italiane, c’è il rischio radicalizzazione legato al terrorismo islamico e dovuto anche all’alto numero di stranieri presenti in sezione. Ma questa è una storia ancora tutta da raccontare. (Teresa Valiani)

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