20 ottobre 2014 ore: 15:09
Economia

“Basta paternalismo, i fondi per il sociale vengano anche dai privati”

Secondo Stefano Zamagni il ddl Stabilità va nella giusta direzione. Sulla povertà si poteva fare di più, ma “non è compito suo affrontare le politiche sociali, il funzionamento dei servizi non può più basarsi solo sulla fiscalità generale”. “L’assistenzialismo sta portando alla rovina il paese”
Stefano Zamagni

Stefano Zamagni

ROMA – “Le legge di stabilità va nella giusta direzione, anche perché non c’erano alternative”. L’economista Stefano Zamagni, non ha dubbi sul primo ddl stabilità firmato da Matteo Renzi: gli interventi sul terzo settore, sulla riduzione delle tasse o a favore delle famiglie sono “provvedimenti validi”, sulla povertà “si poteva fare di più”, ma per Zamagni “non è compito della legge di stabilità affrontare la dimensione delle politiche sociali”. Ci penseranno la riforma del terzo settore, la conferenza nazionale della famiglia in programma prima di natale e il Jobs Act. Alla legge di stabilità “solo il quadro macroeconomico che occorre garantire perché l’Europa non ci cacci via”. Tuttavia, per Zamagni, sono significativi gli interventi che riguardano la riduzione delle tasse. “È la prima legge di stabilità che riduce in maniera significativa le tasse. Riducendo la tassa sul lavoro si consente una migliore possibilità di occupazione – spiega Zamagni -. E noi sappiamo che oggi le possibilità di occupazione sono il fattore sociale per eccellenza. Se noi potessimo dare a tutti il lavoro, gran parte della spesa sociale si vanificherebbe ed è a questo che dobbiamo mirare”.
 
box Sulla povertà, ancora non ci siamo, secondo l’economista, ma anche in questo caso l’intenzione di imboccare la direzione giusta c’è. “Si poteva fare di più – ammette Zamagni -. L’Italia è l’unico paese in Europa che non ha un provvedimento generale sulla povertà. Finora l’unico provvedimento di un certo rilievo sono gli 80 euro, ma ci si aspettava qualcosa di più. Ma le intenzioni di fare qualcosa in più ci sono, non si possono negare”. La formula degli 80 euro, infatti, a quanto afferma lo stesso Renzi, riguarderà anche le famiglie con nuovi nati e verranno dal fondo di 500 milioni previsto dal ddl a favore delle famiglie. “Gli 80 euro vengono generalizzati – spiega Zamagni -. Verranno dati anche alle famiglie disagiate per ogni figlio nato dal 2015 e fino ai 3 anni di età, ed è un provvedimento non da poco e insieme al rifinanziamento della social card ci dice che non c’è una dimenticanza del governo, semmai una inadeguatezza rispetto ai bisogni. La vera lotta alla povertà, però, la si fa mirando alla piena occupazione. Tutte le altre vie sono scorciatoie”.

Sui fondi sociali Zamagni chiede un cambio di prospettiva. “Bisogna capire che i fondi per la spesa sociale non possono più derivare dalla fiscalità generale, cioè dallo Stato – spiega -. La gente ancora non l’ha capito. I fondi devono arrivare anche dal settore privato. Bisogna smetterla con il paternalismo assistenzialistico, sta portando alla rovina il paese”. Il problema delle risorse, per Zamagni, è vero fino ad un certo punto. “Quando si dice che per la spesa sociale non ci sono risorse si dice una bugia – aggiunge -: bisogna dire non ci sono risorse pubbliche, ma ci sono risorse private che, però, devono essere mobilitate. Per farlo bisogna cambiare il modello di governance”. L’Italia, però, è “testarda” e fatica a cambiare, secondo Zamagni. “Si vuol tenere fisso il modello di governance, quello di vecchio tipo redistributivo, poi ci si rende conto che le risorse pubbliche non bastano e ci si lamenta. Ma la colpa è di chi è testardo. Basta adottare il modello della sussidiarietà circolare, cioè della coproduzione, perché le risorse vengano fuori”. 

Nonostante gli 80 euro di Renzi portino a pensare a politiche più sbilanciate verso le erogazioni monetarie che ai servizi, per Zamagni la riforma del terzo settore intrapresa dal governo smonta questa visione delle cose. “È molto più facile dare soldi che non servizi – spiega -. Per dare servizi, l’ente pubblico deve cercare la collaborazione con il mondo delle imprese e con quello del terzo settore. Per puntare sui servizi bisogna cambiare il modello di governance e bisogna che gli amministratori pubblici facciano un atto di umiltà e dicano: da soli non possiamo più. La riforma organica del terzo settore va in questa direzione. Per organizzare i servizi, dall’infanzia agli anziani, bisogna mobilitare le energie umane ma per far questo bisogna cambiare il modello: deve esserci sussidiarietà circolare, in cui l’ente pubblico è uno dei tre vertici, non è più da solo come successo fino ad oggi”. (ga) 

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