12 maggio 2020 ore: 14:00
Welfare

Sussidiarietà non fa rima con solidarietà

Una riflessione sul welfare in tempi di emergenza Covid-19. Il Comune di Bologna, e più in generale tutte le istituzioni, stanno delegando “alla brava gente” la tenuta del welfare cittadino?
di Alessandro Blasi – Associazione YaBasta Bologna!
Margherita Caprilli pacchi-alimentari-associazione-yabasta-bologna

Consegna di pacchi alimentari dell'Associazione Ya Basta nel Quartiere Porto-Saragozza a Bologna

Intendo questo testo come uno spunto di discussione e un modo per condividere un ragionamento sulla crisi e su come gli amministratori della nostra città e non solo, stanno rispondendo. Il punto di osservazione  è quello di un attivista e operatore di una delle tante realtà che genuinamente si stanno sporcando le mani in questi mesi. Vicino a quelle persone – compresi i  tanti e le tante assistenti sociali -  che hanno continuato a lavorare con mezzi e risorse ridotte, per provare “a tappare” i buchi di un welfare che di fatto non sta reggendo di fronte agli “effetti collaterali” economici e sociali del coronavirus e alle gravi insufficienze delle risposte statali.

Non andrà tutto bene

Vorrei partire dall'amara certezza che non andrà tutto bene. Aldilà di quello che ci raccontano, i nostri occhi, puntati in strada ogni giorno in mezzo alla gente in difficoltà, vedono tutte le premesse di una catastrofe sociale senza precedenti. Gente che attende da due mesi la cassa-integrazione. Intere categorie di lavoratori precari, atipici, partite Iva a cui nel migliore dei casi sono arrivate le briciole (i famosi 600 euro) e nel peggiore neanche un centesimo. Buoni pasto “una tantum” arrivati un mese dopo la domanda, che a volte non sono arrivati per niente e che per le famiglie numerose basteranno a malapena a comprare da mangiare per un paio di settimane. Inquilini che non riescono a pagare l’affitto non sapendo se ci saranno contributi accessibili e che temono - molti per la prima volta nella loro vita - la spada di Damocle di uno sfratto. Ragazzi, ragazze, bambini e bambine che si trovano senza la scuola, probabilmente senza centri estivi, in condizioni nelle quali le diseguaglianze si amplificano e il contraltare della povertà economica è la fragilità educativa e relazionale.

La forza della solidarietà

Oltre a questo drammatico elenco, che potrebbe allungarsi all'infinito, c'è però anche una incredibile e straordinaria esplosione di solidarietà. Realtà e singoli che si sono dati da fare provando a rompere l’isolamento di chi, in questa crisi, non ha avuto nessun paracadute. Dagli inquilini dei palazzi che si sono organizzati per fare la spesa agli anziani vicini di casa, alle molte realtà organizzate, laiche e religiose, che hanno “riconvertito” il loro intervento sociale per rispondere alle mille emergenze delle mille periferie della nostra città.

Margherita Caprilli pacchi alimentari yabasta bologna

La tentazione: sfruttare la solidarietà per coprire servizi pubblici

Voglio partire da questo, per provare a sviluppare un ragionamento su quella che risulta essere la direzione più preoccupante che sta prendendo questa “lunga transizione” arrivata con la fine della “fase 1” e che ci dovrebbe portare direttamente alla “nuova normalità”. L'emergente tentazione di pezzi del governo delle città (e non solo) di sfruttare questa enorme disponibilità solidale della società (espressa sia in forma individuale che organizzata) per coprire servizi pubblici che altrimenti rimarrebbero scoperti. In una parola: sussidiarietà. Il concetto di per sé non sarebbe neanche da demonizzare, se non per il contesto di crisi in cui ci viene brandito. Di fronte alla riduzione delle entrate (vedi tassa di soggiorno) e alle conseguenti magre di bilancio, risparmiare in servizi pubblici e sostituirli con il lavoro gratuito e la buona coscienza delle persone, diventa molto conveniente. Un'operazione da manuale della “shock economy”: si sfrutta il contesto di eccezionalità per gigantesche operazioni di ristrutturazione e tagli magistrali dei servizi.

Parto da un esempio concreto che mi si è presentato davanti in questi giorni. Il quartiere Santo Stefano e le forme associative della zona dicono: “Occorre un piano nel reperimento e nella ripartizione dei beni, in modo che tutti coloro che ne hanno bisogno siano coperti, ma anche che nessuno prenda grandi sussidi “da più luoghi” (es, Caritas, Quartiere, Associazioni contemporaneamente) “. Il Quartiere fa benissimo a incrociare i dati con altri enti Pubblici per evitare sovrapposizioni, ma come si può pensare che l’aiuto della Caritas o di qualche associazione possa essere “alternativo” a quello del Pubblico (Quartiere, Comune, Regione che sia)?

Colin Crouch in “Post-democrazia” spiegava molto bene la funzionalità delle grandi charities nel meccanismo dei tagli al welfare. La questione qui non è certo chi si dà da fare genuinamente nell’emergenza per alleviare le sofferenze delle persone. Il problema è piuttosto chi governa (in questo caso chi governa il Quartiere Santo Stefano) che sfrutta la disponibilità della brava gente e delle organizzazioni solidali per “scaricare una parte del proprio lavoro”. Purtroppo questo atteggiamento non è solo un problema del Quartiere Santo Stefano. Sembra che questo “incrocio di dati” lo stiano facendo anche in altri quartieri di questa città ed anche in altri Comuni della città Metropolitana. L’idea di fondo è sempre quella: lo stato non dà i soldi agli enti locali, le normali fonti di entrata sono ai minimi termini, quindi non resta che sperare che qualche pacco di cibo / aiuto agli indigenti lo porti qualche associazione al posto loro!

L'approccio delle istituzioni

Tralasciando la questione degli “osservatori nei parchi” - altro lavoro gratuito chiesto alle associazioni per tamponare le carenze del pubblico - forse vale la pena dire qualcosa anche sui centri estivi, probabilmente un primo banco di prova per la tenuta del sistema di welfare nella nostra città e regione. Da più parti arrivano richieste a far si che i centri estivi vengano ripensati, in maniera conforme ai nuovi elementi di rischio sanitario. Questo significherà indubbiamente costi di gestione molto più alti per chi vorrà mettere in piedi queste attività, ma già viene detto che non ci saranno risorse per finanziarli. Mi domando se la versione proposta dalle istituzioni sarà: “Stiamo reggendo alla grande alla crisi. Le associazioni, le cooperative, le parrocchie sono una grande risorsa e siccome andrà tutto bene, dobbiamo assolutamente accettare la sfida del centro estivo diffuso! Yes we can, but... Ops, non ci sono soldi! Ma tanto voi avete volontari. Garantiamo ugualmente insieme questo servizio?”. Oppure se con coraggio la domanda da cui si partirà sarà: “Dal momento che sta per saltare tutto in aria, ripensiamo insieme l’intero modello? Partendo dal finanziare azioni di prossimità, garantendo l’accesso universale al reddito, stanziando fondi per impostare una grande intervento pubblico sulla salute e la formazione?

Margherita Caprilli pacchi alimentari yabasta bologna

Non scaricare servizi essenziali sul mondo della solidarietà

Dalle storie che sento in questi giorni, mi sembra purtroppo che ci sia il tentativo di continuare a garantire i servizi essenziali cercando in parte di “scaricarli” sullo straordinario tessuto sociale e solidale di questa città. Ritengo che sia fondamentale che certi servizi pubblici essenziali - come i servizi assistenziali nelle situazioni di povertà o i servizi educativi -  non vengano “scaricati” sulle spalle della brava gente, ma vengano garantiti e finanziati dal pubblico.  A tutti e tutte noi (associazioni, volontari, brava gente che si è messa in moto per la collettività) dico che l’obbligo è quello di restare vigili per evitare che la nostra solidarietà, mai come oggi necessaria, diventi sussidiarietà, mai come oggi pericolosa con uno Stato che potrebbe mai più riprendersi l’impegno dei pezzi di welfare che oggi “scarica” su di noi.

Chiudo con un ultima testimonianza: venerdì sono andato insieme ad altri volontari di YaBasta! Bologna a portare pacchi di cibo a decine di famiglie dei Quartiere Porto e Santo Stefano. Queste persone, che conosciamo da anni -  grazie al doposcuola ed agli altri servizi di comunità che svolgiamo - più che del pacco alimentare hanno bisogno di essere considerate parte di una Comunità, di una rete di Mutuo Aiuto. L'aiuto non sarà solo quello materiale, ma sarà la prospettiva di lottare insieme per il diritto alla casa, difendendo i  vicini di casa quando rischieranno lo sfratto. Chiedere il diritto all’istruzione, costruendo ragionamento critico assieme ai loro figli e iniziando a ripensare l’educazione “in presenza”, mantenendo sì le distanze fisiche ma accorciando quelle sociali. Scendere insieme in piazza quando ce ne sarà bisogno per pretendere un welfare decente. Questa è la sfida: incrociare le storie prima che i dati, perché le tante storie che incontriamo per la strada chiedono riscatto. Altrimenti, incrociamo le dita. Perché se siamo già al punto di dover “tappare i buchi” con il volontariato della brava gente, evidentemente non ci stanno dicendo la verità: questa crisi sarà molto più grave del previsto, e a questo punto, si salvi chi può!

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