23 febbraio 2020 ore: 10:00
Welfare

Welfare sociale, il rischio dell'inerzia

di Sergio Pasquinelli
"Mese sociale", rubrica in collaborazione con Welforum. "Il  nostro paese esprime bisogni sociali imponenti che continuiamo a fronteggiare con strumenti che faticano a rinnovarsi, ad adeguarsi"
Welfare, parole scritte su vetro SITO NUOVO

in collaborazione con Logo welforum.it

Procedere per inerzia: se c’è un rischio per il welfare sociale questo è tra quelli più seri. Perché l’inerzia porta rapidamente alla obsolescenza, di fronte a bisogni che cambiano senza soluzione di continuità. C’è un welfare dei servizi che assimila poco i molti sforzi di innovazione, che considera il cambiamento teoricamente importante ma praticamente evitabile, che si compiace di amministrare l’esistente. Senza uno sguardo “oltre”, senza uno sguardo “altro”. Tre esempi.

Primo, il Piano per la non autosufficienza 2019-2021 recentemente emanato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Come osservano Cristiano Gori e Franco Pesaresi, a confondere è il titolo: “infatti, non si tratta di un piano nazionale […], bensì esclusivamente di un atto contenente nuovi obiettivi e modalità di utilizzo del Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza”. Un Fondo che, con i suoi 571 milioni di euro per quest’anno, riguarda solo il 2 per cento del totale della spesa pubblica del settore. Un Piano che inizia a definire livelli essenziali di assistenza, ma che li identifica in una prestazione monetaria, legittimando lo status quo di una realtà che per il 90% è fatta di sussidi economici: “in altre parole – continuano Gori e Pesaresi – le scelte per il futuro non possono che porsi in continuità con quelle del passato, argomentazione evidentemente antitetica ad una prospettiva riformatrice”.

Secondo, si è parlato, nei lunghi mesi di gestazione della legge di Bilancio 2020, di un nuovo assegno unico per le famiglie con figli, che dovrebbe riassorbire l’insieme disordinato di misure già esistenti, riservate a una certa condizione (es. bonus mamma domani) o all’uso di certi servizi (es. bonus nidi). Dopo molti annunci e promesse, ciò che è avvenuto è stato un rifinanziamento del Fondo dedicato alle politiche per la famiglia e il potenziamento del bonus nido, reso più corposo rispetto al passato. Siamo ancora lontani da una prospettiva di riforma che ridisegna l’esistente, tutto l’esistente, rendendolo migliore, più efficace, abbandonando la logica risarcitoria dei sussidi monetari per andare verso quella dell’investimento sociale.

Terzo, l’accesso alla casa. In molti centri urbani si registra un’impennata dei canoni di locazione, mentre per oltre 1,7 milioni di famiglie il costo dell’affitto assorbe oltre un terzo del reddito familiare. L’edilizia residenziale pubblica copre se sì e no un terzo di chi ne ha veramente bisogno, mentre le politiche nazionali rimangono sul solco di sistemi allocativi (fondi) in parte superati, perché poco orientati a fare sistema tra risorse pubbliche, del mercato e delle famiglie. Esiste una moltitudine di esperienze territoriali che vanno nella direzione promettente del welfare collaborativo sul tema della casa, di un nuovo housing sociale che fa perno su elementi di socialità, di condivisione di spazi e di luoghi, ma anche di servizi, con ampi margini di sviluppo: si pensi al numero crescente di anziani isolati, che abitano in case molto più grandi rispetto alle loro reali esigenze.

Cosa ci dicono questi esempi? Che il nostro paese esprime bisogni sociali imponenti che continuiamo a fronteggiare con strumenti che faticano a rinnovarsi, ad adeguarsi. Perché stare sull’esistente – o sul precedente – viene spesso preferito al cambiamento, ma la timidezza delle scelte toglie fiato all’innovazione necessaria. Occorre alzare lo sguardo, darsi tempi e luoghi per costruire una prospettiva. Farla crescere, condividerla su un terreno concreto, “tra utopia e quotidiano”. Fu questo il titolo del primo “manifesto” del CNCA: una suggestione che oggi, 35 anni dopo, ritorna calzante.

Spreco alimentare, calo del 25%: vale 5 euro a settimana per famiglia

Lo spreco alimentare domestico registra per la prima volta un calo considerevole nelle case degli italiani, pari al 25%. Ad annunciare quella che viene definita una notizia “storica” è l’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market/Swg con il Rapporto 2020, alla vigilia della settima Giornata Nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare promossa il 5 febbraio dalla campagna “Spreco Zero”, con il patrocinio dei ministeri dell’Ambiente, della Salute e degli Affari Esteri.

Cibo e salute sono il nuovo binomio sempre più considerato dagli italiani: due terzi ritengono ci sia una connessione precisa fra spreco alimentare, salute dell’ambiente e dell’uomo: è sempre così per il 30% degli intervistati, lo è spesso per il 36% e solo talvolta per il 20%. E al momento di acquistare il cibo l’attenzione agli aspetti caratterizzanti della salubrità del cibo e del suo valore per l’impatto sulla salute – così come agli elementi di sicurezza alimentare – incide in maniera determinante per un italiano su 3. Mentre per un’identica percentuale di italiani (36%) questo aspetto incide in una certa misura non determinante. Il 13% degli italiani ritiene di poter dare per scontato questi aspetti rispetto al cibo in vendita e una residua percentuale non ci fa caso (6%) o non ha elementi specifici di valutazione (9%).

L’attenzione sullo spreco, comunque, si è decisamente alzata: a dichiararlo sono 7 italiani su 10 (68%) per i quali l’ultimo decennio è stato decisivo per approcciare la gestione del cibo in modo più consapevole, mentre per il 24% l’attenzione è rimasta inalterata. Determinante, per un italiano su 2, sono i grandi paradossi e le diseguaglianze del mondo. Notevole, per quasi 6 su 10 (57%), la sensibilizzazione prodotta negli ultimi anni attraverso la veicolazione di dati.

 

Agenda 2030, l’Europa migliora. Ma non su ecosistemi e cooperazione internazionale

L’Unione europea è l’area più avanzata rispetto ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu, tuttavia permangono gravi ritardi che rischiano di far fallire il piano di azione su cui si sono impegnati tutti i Paesi del mondo nel 2015. Lo rileva l’approfondimento del Rapporto Asvis “The European Union and the Sustainable Development Goals” presentato il 7 febbraio alla Farnesina alla presenza della Viceministra degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Emanuela Del Re, del Segretario Generale del Ministero Elisabetta Belloni e dei responsabili delle sedi diplomatiche estere in Italia, degli istituti di cultura stranieri, delle agenzie dell’Onu e delle organizzazioni internazionali con sede in Italia.

Gli indicatori compositi elaborati dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis) per misurare la dinamica dell’Unione europea e dei singoli Stati verso gli Obiettivi dell’Agenda 2030, rivelano che tra il 2010 e il 2017 la situazione migliora per nove Obiettivi (salute, educazione, parità di genere, energia, occupazione, città, produzione e consumo, cambiamento climatico ed ecosistema marino), peggiora per due (ecosistemi terrestri e cooperazione internazionale), mentre per cinque (povertà, fame, infrastrutture, disuguaglianze, pace e giustizia) la situazione resta invariata.

Il calcolo degli indicatori compositi è frutto di un complesso lavoro di analisi, condotto a partire dai dati pubblicati dall’Eurostat, che consente di valutare i progressi dell’Europa e di confrontare le performance relative dei singoli Paesi rispetto alla media dell’Unione.

“La scelta della nuova Commissione europea di mettere l’Agenda 2030 al centro di tutte le politiche – commenta il Portavoce dell’Asvis, Enrico Giovannini – è molto importante e avrà notevoli riflessi anche sul modo in cui l’Italia deve disegnare e condurre le sue politiche. Non a caso, le recenti Comunicazioni sul Green New Deal, sull’organizzazione del semestre europeo e sul Patto di Stabilità sono costruite intorno all’Agenda 2030 e aprono nuovi scenari. Il nostro Paese deve decidere se sostenere queste innovazioni o avere un atteggiamento conservatore. Non sono cambiamenti indolori, ma l’Italia ha tutto da guadagnare da politiche e fondi europei orientati verso la sostenibilità economica, ambientale e sociale”.

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