5 ottobre 2020 ore: 11:01
Giustizia

“Vendetta pubblica”: viaggio nelle carceri d’Italia

di Teresa Valiani
Fresco di stampa il libro a quattro mani di Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna che abbatte stereotipi e luoghi comuni con la chiarezza dei numeri e la forza dei fatti. “La pena come vendetta non è compatibile con uno Stato democratico”
Vendetta pubblica, la copertina del libro

FIRENZE – Un viaggio lungo 150 pagine nel sistema carcere italiano, raccontato con linguaggio diretto e messaggi che lasciano poco spazio alle repliche mentre abbattono, uno dopo l’altro, come birilli, stereotipi e luoghi comuni. Parte dal nocciolo della questione “Vendetta pubblica – Il carcere in Italia”, il libro, fresco di stampa, scritto a quattro mani dal presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze, Marcello Bortolato, e dal giornalista del Corriere della Sera, Edoardo Vigna.
Pubblicato da Laterza Editori, già nel titolo il volume evidenzia lo scollamento tra la realtà e quello che in materia di esecuzione penale detta la nostra Costituzione “tra le pochissime al mondo ad aver inserito l’esecuzione della pena nel loro testo”.

“Buttate via la chiave”, “Alla fine in carcere non ci va nessuno”, “Bella la vita: vitto, alloggio e tutto il giorno davanti alla tv”, “Ci vorrebbero i lavori forzati”: uno ‘slogan’ sviscerato in ogni capitolo, il libro passa ai raggi X gli aspetti salienti della vita dietro le sbarre, dal trattamento al lavoro, dal reinserimento all’affettività, dal diritto alle cure ai doveri dei detenuti, sottolineando che “il carcere è un po’ come la temperatura e il meteo: la realtà è diversa dal percepito. E’ allora importante ricominciare a ragionare sui fatti concreti”.


E di fatti concreti Marcello Bortolato, con la sua esperienza decennale nella magistratura di Sorveglianza, ha infarcito il libro, dimostrando, dati alla mano, che, ad esempio, “in Italia si rimane in carcere di più rispetto ad altri Paesi europei”, a proposito di certezza della pena.

Dalle misure alternative al sovraffollamento che ha ricominciato a mordere, dal senso della pena alla vita intramuraria, dalla sfida quotidiana dei magistrati alla nuova emergenza dettata dal Covid, gli autori, partendo dal fatto che prima o poi tutti i detenuti (al di fuori di quelli condannati all’ergastolo) torneranno liberi, si chiedono “cos’è che vuole il cittadino? Vuole che una persona quando esce dal carcere sia migliore o peggiore di come è entrata?”. Perché è “qui che entra in ballo il concetto stesso di sicurezza. Il suo significato profondo e vero. Se il delinquente viene rispettato e trattato come una persona, la comunità, prima ancora dello Stato, ha la ragionevole aspettativa che, una volta espiata la pena, non torni a delinquere. Ecco perché è importante il reinserimento, e le misure alternative e i benefici che sono a esso funzionali”.
“Chi dice ‘buttiamo la chiave’ – sostengono gli autori – vuole invece una vendetta pubblica, in cui si ha la soddisfazione di vedere che, se uno ha fatto del male, soffre fino all’ultimo giorno della condanna” senza tenere conto del fatto che prima o poi tornerà libero. “Diciamolo forte e chiaro: la pena come vendetta non è compatibile con uno Stato democratico. E occuparci del carcere vuole dire occuparci dello stato di salute della nostra democrazia”.


Sono 53.904 le persone detenute in Italia (al 30 aprile 2020), di cui poco più di due terzi in carcere con una condanna definitiva. 55 mila provvedimenti relativi a misure alternative concessi ogni anno, a fronte di 372 revoche (0,63 per cento dei casi), segno che, se si aggiunge lo 0,45 per cento dei detenuti che non rientrano dai permessi, “nel 98,92 per cento dei casi è andato tutto bene”: cioè, la misura ha funzionato. Questa è la fotografia che il volume ci restituisce in tema di misure alternative e che ribadisce quanto “certezza della pena non debba significare solo certezza del carcere”.

“Creare condizioni di vita più umane nelle carceri – concludono gli autori -, quindi più sicurezza per i cittadini, con risorse pubbliche non sprecate, ma impiegate costruttivamente in una prospettiva di reale reinserimento: ecco le vere scommesse per il futuro”.

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