14 aprile 2015 ore: 15:00
Immigrazione

Immigrati, delegazione tunisina: “Troppi espulsi dall’Italia, accordi poco trasparenti”

Rappresentanti della società civile in missione in Italia per quattro giorni: chiedono la chiusura dei Cie, riportano all’attenzione la questione dei “desaperacidos” del Mediterraneo e si oppongono all'accordo di libero scambio con l’Europa: “Così si impoverisce di più il paese”
Rifugiati tunisini in attesa

ROMA – Opporsi all’applicazione degli accordi tra Italia e Tunisia in materia di immigrazione, che hanno comportato circa settemila espulsioni verso il paese africano dal 2011 a oggi. Chiedere la chiusura dei Cie e una commissione di inchiesta congiunta sulla sorte di circa 300 tunisini scomparsi mentre tentavano di raggiungere il nostro paese. E, infine, portare all’attenzione la poca  trasparenza dell’accordo Aleca di libero scambio tra Tunisia ed Europa. Sono questi gli obiettivi della missione di una delegazione della società civile democratica tunisina in Italia. Un viaggio di quattro giorni (iniziato oggi e che si concluderà il 17 aprile) durante i quali la delegazione composta da Messaoud Romdhani, vicepresidente del Forum tunisino per i diritti economici e sociale; Sadok Belhaj Hsine, rappresentante dell’Unione generale tunisina del lavor (Ugtt), Ramy Salhi, direttore dell’Ufficio Maghreb e Lilia Rebai, responsabile del progetto Ue-Tunisia,  incontrerà alcuni responsabili del governo italiano, come il prefetto Mario Morcone e il senatore Luigi Manconi, ma anche esponenti della società civile italiana, tra cui i rappresentanti dell’Arci nazionale e di varie associazioni.

“Troppi tunisini espulsi, l’accordo con l’Italia non è trasparente”. Al centro del dialogo c’è innanzitutto il tema dell’immigrazione, sul quale la delegazione intende proporre alcune raccomandazioni al governo italiano. “Ci preoccupa in particolare l’accordo tra Italia e Tunisia, siglato all’indomani della rivoluzione – sottolinea Hsine -. Ne abbiamo chiesto la pubblicazione ma il governo tunisino ci ha risposto che trattandosi di una ‘dichiarazione’, e non di un vero accordo, non poteva esser reso noto. Ma i fatti ci dicono che dal 2011 sono stati 7000 i tunisini espulsi dall’ Italia verso la Tunisia. Persone che sono state rimpatriate da  aeroporti secondari per essere meno visibili all’opinione pubblica. Su questo abbiamo chiesto maggiore trasparenza”. L’altro tema caldo è quello dei centri di identificazione ed espulsione. “Ci preoccupa anche il tipo di detenzione che subiscono i migranti in Italia – aggiunge – chiediamo la chiusura dei Cie, la verificare del rispetto dei diritti umani nei centri dove soggiornano i migranti e la possibilità che le famiglie possano andare a far loro visita”. Infine Hsine tuona contro l’atteggiamento securitario dell’Europa che continua nell’obiettivo di voler chiudere le frontiere. “In Tunisia abbiamo accolto un milione e centomila libici dopo la guera, non abbiamo gridato né chiuso le frontiere  come l’Europa sta cercando di fare - aggiunge -  . Serve adottare un principio di responsabilità condivisa. In questo momento, invece, i paesi europei stanno cercando di accelerare l’esternalizzazione del controllo delle frontiere, ma questa non è una gestione che si basa sul rispetto dei diritti come chiediamo noi”.

“Abbiamo consegnato all’Italia la lista di 300 tunisini scomparsi senza ottenere risposta”. Tra i temi degli incontri istituzionali anche il caso dei cosiddetti “desaparecidos” del Mediterraneo. “Nel 2011 e poi di nuovo nel 2013 siamo venuti in Italia per portare voce delle famiglie dei tanti  dispersi nel Mediterraneo – sottolinea Romdhani – La voce di tante madri che chiedono solo una cosa: sapere la verità sulla sorte dei propri figli. Abbiamo dato una lista di trecento persone scomparse ma il governo italiano ad oggi non ha dato nessuna risposta. Questo non è solo un problema umanitario ma è un problema diritti umani che riguarda tutti”. In particolare, si cercano i dispersi di due naufragi avvenuti nei mesi di settembre e novembre del 2012. Casi rispetto ai quali il governo tunisino non ha mai dato la piena disponibilità a collaborare. “Il governo italiano ci ha detto di volerci aiutare, ma ad oggi non abbiamo risposta – aggiunge – Chiediamo quindi la costituzione di una commissione mista del governo italiano e tunisino, di cui facciano parte anche i parenti dei dispersi e rappresentanti della società civile, per poter arrivare finalmente alla verità”.

Il “miracolo economico tunisino” ha solo impoverito il paese, no all’accordo Aleca. “Nel 1995 il regime di Ben Ali ha scelto una liberalizzazione totale dell’economia. Tutti hanno parlato del un miracolo economico tunisino, in realtà questo miracolo ha impoverito popolazione, creato disoccupazione e un divario fortissimo tra gruppi sociali differenti – sottolinea Lilia Rebai – la  liberalizzazione ha creato solo problemi, e dato vita alla rivoluzione del 2011. Oggi questa povertà crea ancora frustrazione, facilitando lo sviluppo del terrorismo, per questo noi ci opponiamo alla firma dell’ accordo Aleca tra Tunisia ed Europa. Un accordo che esaspera ulteriormente le liberalizzazioni. Quello che chiediamo è che siano esclusi almeno i settori più deboli come l’agricoltura e i servizi. L’agricoltura, infatti, non potrebbe reggere alla concorrenza delle multinazionali”. A coadiuvare la delegazione tunisina negli incontri istituzionali, i rappresentanti dell’Arci nazionale  e della Cgil. “Abbiamo bisogno di un piano strategico sulla Tunisia. Vogliamo costruire un canale permanente e stabile perché queste questioni riguardano anche noi – spiega Raffaella Bolini dell’Arci -.La relazione diretta e forte con la società civile tunisina è infatti importante per questioni di pace e diritti umani che sono anche nostre”.

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