Incendio a Lampedusa, l’intervento delle associazioni ha evitato una tragedia
Il Cpsa di Lampedusa come si presentava prima degli scontri del 20 settembre
Ad aumentare la tensione nel "gabbio" sono stati i tempi di reclusione molto lunghi. C’erano persone sbarcate il 13 agosto, quindi rinchiuse da cinque settimane in attesa del rimpatrio. Anche se per legge il Centro di primo soccorso e assistenza di Contrada Imbriacola non è un Cie (centro di identificazione e di espulsione), quello che solitamente si usa per i rimpatri, di fatto era utilizzato come tale. Un disabile paraplegico in carrozzella è stato salvato dalle fiamme, evacuandolo a braccia e portandolo al poliambulatorio dell’isola. Una persona ben riconoscibile per le particolari condizioni fisiche che lo costringono su una sedia a rotelle. Era stato soccorso in mare il 21 agosto durante il respingimento di un barcone con 111 migranti a bordo, di cui soltanto 7 bisognosi di assistenza sono arrivati al molo a bordo di un gommone della Guardia Costiera.
Lampedusa avrebbe dovuto essere un luogo sicuro in cui ospitare solo per pochi giorni le persone salvate in mare dai naufragi. Ma da un mese non arrivavano più barconi dalla Libia, soltanto tunisini. Per questi ultimi gli accordi tra Italia e governo temporaneo tunisino prevedono il rimpatrio coatto. Negli ultimi giorni però qualcosa si era inceppato nella macchina dei rimpatri. Cento persone erano state fatte salire sulla nave Grimaldi a Cala Pisana ma poi erano state fatte scendere e riportate nel Cpsa. Un aereo era decollato da Lampedusa diretto a Tunisi ma era rimasto bloccato sulla pista per ore prima di poter fare scendere i rimpatriati e un altro aveva fatto scalo a Palermo, dove avviene il riconoscimento da parte del console tunisino, ma non era più ripartito per la Tunisia. Così il Cpsa era sovraffollato al momento dell’incendio, con 500 persone oltre la capienza massima, mentre la tensione aumentava con le notizie dei rimpatri. Diverse fughe con proteste dei tunisini che chiedevano il trasferimento erano state le avvisaglie di quanto covava nel ‘gabbio’.
Al momento dello scoppio dell’incendio e dei disordini, a Lampedusa c’erano 135 minori stranieri non accompagnati. Nel caos e nei trasferimenti di massa, i ragazzi sono stati dislocati nelle cosidette ‘strutture ponte’ aperte velocemente in Calabria, Sicilia e a Napoli. Spesso sono strutture isolate e impreparate a gestire l’accoglienza ai minori, i quali tendono a scappare. Intanto sulla maggiore delle isole Pelagie, dopo lo svuotamento dei centri dai migranti, le fiamme sono state appiccate di nuovo. Questa volta è stata bruciata da ignoti la macchina di Cono Galipò, un’intimidazione rivolta all’amministratore delegato di Lampedusa Accoglienza, il consorzio che gestiva i Cpsa. (raffaella cosentino)