11 maggio 2022 ore: 14:23
Disabilità

Se il Corano si legge in Lis

di Marisa Bonomi*
L’associazione Centro Migranti della Diocesi di Brescia aiuta i bambini musulmani sordi e le loro famiglie nel percorso d’inclusione in Italia. Aiutando le mamme nell’educazione religiosa dei loro ragazzi
Preghiere illustrate dal Corano

Il bambino che emigra soffre di una esperienza potenzialmente traumatica che può colpirlo direttamente in quanto vive in prima persona la perdita di legami affettivi importanti o, indirettamente, attraverso il disagio trasmesso dai genitori. La presenza di una disabilità a carico dei figli e, a volte, degli stessi genitori, complica e rende più difficile il processo di adattamento e integrazione della famiglia nel Paese d’accoglienza. Inoltre, troppe volte i servizi assistenziali, medici ed educativi del territorio non sono in grado di comprendere quanto la conoscenza della parola e del mondo dei migranti siano importanti per aiutare e curare. La convinzione, diffusa nei servizi, che tutti i bambini siano uguali, apre la strada al mancato riconoscimento e all’intolleranza verso qualsiasi forma di diversità. Nel trauma della migrazione e nel dolore che tale processo comporta, la difficoltà di comprendere e adattarsi alla società di accoglienza si intreccia con il desiderio di mantenere le proprie radici e di trasmetterle ai figli. Le difficoltà comunicative del bambino sordo rende però ardua l’iscrizione del soggetto nella sua cultura d’origine, che, nel caso dei musulmani, ha nel Corano il suo pilastro fondante, e vanifica gli sforzi delle madri, responsabili della prima forma di educazione religiosa dei figli, che si trovano, davanti alla sordità, sprovviste di uno strumento adeguato per affrontare tale compito.

Jibran nasce in Pakistan, dove rimane fino a due anni e mezzo, in casa dei nonni paterni, con la mamma. Il padre è emigrato prima in Italia e successivamente, con la famiglia, in altri Paesi, sistemandosi infine in Belgio. Qui è stata fatta la diagnosi di sordità di Jibran ma, per mancanza di documenti, non vengono fornite al piccolo né le protesi né un servizio logopedico. Quando Jibran, a sette anni e mezzo, arriva con la famiglia in Italia, in seguito ai continui cambiamenti, alla perdita di legami importanti e di fronte alla presa in carico estremamente lacunosa della scuola in Italia, comincia a sviluppare pericolose condotte eteroaggressive. Nessuno evidenzia e si fa carico della grande sofferenza che Jibran si porta dentro. Né la famiglia comprende la necessità della protesizzazione del figlio. La sua disabilità è intesa come espressione del volere di Allah e questo esonera i genitori dall’assumere posizioni più responsabili nella ricerca di cure. Il risultato, ora che Jibran è preadolescente, è che il ragazzo sta sviluppando sempre più comportamenti antisociali che lo allontanano dai coetanei, creano grosse difficoltà a scuola e compromettono seriamente il suo apprendimento. La mamma, credente praticante, soffre enormemente per queste difficoltà del ragazzo e, in particolare, si colpevolizza per non aver saputo insegnare a Jibran i fondamenti della religione musulmana, mentre i suoi fratelli udenti hanno seguito con profitto gli insegnamenti della scuola coranica.

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Dasha è una bambina sorda profonda, nata in Italia sei anni fa, appartenente a un gruppo famigliare interamente sordo, proveniente dall’Albania. I genitori non portano le protesi, sono ostili alle tecnologie più nuove per la cura della sordità e comunicano tra loro e con i figli con la lingua dei segni del Paese d’origine. Dasha si trova a crescere in una famiglia dove i genitori sono impegnati a difendere i loro diritti contro una comunità, quella degli udenti, vissuta come ingiusta e persecutrice. Quando inizia a frequentare la scuola materna, Dasha sviluppa ben presto dei comportamenti aggressivi nei confronti dei compagni e delle educatrici: è come se vivesse il mondo degli udenti sempre come ostile e fonte di continua svalutazione per lei. La bimba riesce a rapportarsi con una certa serenità solo con compagni gravemente disabili, facili da dominare, e con l’educatrice di sostegno che è segnante, con cui finalmente le è possibile comunicare ed essere capita. Con grande sensibilità, la responsabile della scuola avvia un progetto per cui nella sezione di Dasha viene realizzato un corso di lingua dei segni per bambini ed educatori e questo porta a un miglioramento del problema comportamentale della bambina. Da parte della famiglia non è mai stato offerto a Dasha nessuno stimolo religioso. Sembra che questa posizione, più che ispirata da una scelta consapevole, sia la conseguenza della sordità che ha isolato i genitori dalla cultura degli udenti e li ha resi impermeabili sia all’ideologia politica che alla tradizione religiosa del Paese d’origine. Dasha, che ama disegnare, ha mostrato molta curiosità verso le illustrazioni delle Sure del libretto in Lis “Preghiere illustrate dal Corano per bambini sordi musulmani”, forse anche perché le pubblicazioni religiose musulmane non amano le rappresentazioni grafiche. I genitori, da sempre segnanti, hanno mostrato invece interesse verso la traduzione grafica della Lis, lingua di cui si stanno lentamente appropriando.

Mamadou è un bimbo di cinque anni sordo profondo, nato in Italia da genitori originari del Senegal. La gioia per la nascita di un figlio maschio, dopo due femmine, di cui una non udente di dieci anni, lascia nei genitori ben presto il posto all’incredulità e alla negazione della diagnosi di sordità fatta subito dopo il parto. La disabilità di Mamadou, che si aggiunge a quella della sorella più grande, è un peso inaccettabile ed enorme («fa male al cuore»), sotto cui la mamma soccombe: si occupa meccanicamente del bimbo, fatica a rivolgergli lo sguardo, lo lascia alle cure del padre negli spazi in cui è libero dal lavoro. Mamadou non riceve le attenzioni di cui avrebbe bisogno in quanto sordo: nessuno si cura di creare con lui qualche canale comunicativo né è presente la preoccupazione di abituarlo a portare le protesi, che il bambino, come i genitori, rifiuta. I genitori fanno opposizione passiva alla richiesta medica di fornire il bambino di un impianto cocleare: non sono interessati neppure a iscrivere il bimbo al nido. In realtà i genitori sono stati delusi dall’intervento medico sulla figlia maggiore non udente: pensavano che l’impianto cocleare avrebbe guarito completamente dalla sordità la bambina e nessuno li aveva accompagnati in quel processo di disillusione sulle possibilità e i limiti della medicina occidentale, indispensabile per una migliore presa in carico del problema. Tra molte resistenze, Mamadou viene comunque operato senza però che in casa ci siano particolari attenzioni ai suoi bisogni di bambino sordo. Un giorno il padre se ne torna in Senegal lasciando la mamma senza alcun aiuto economico. La giovane madre si trova così senza lavoro e senza casa, ma tutto ciò, pur tra mille angosce, trova lentamente un aggiustamento. L’insufficiente acquisizione della lingua verbale italiana ha reso impossibile per questi bimbi l’apprendimento delle prime preghiere musulmane. Durante le lezioni di Corano, seguite con altri coetanei in moschea, Mamadou si limita a disegnare. La sorella sorda sta imparando le prime lettere dell’alfabeto arabo, mentre i suoi coetanei udenti già recitano a memoria qualche breve preghiera. La mamma accetta con entusiasmo il libretto delle Sure in lingua dei segni e lo vuol diffondere anche tra le mamme musulmane che non hanno figli sordi.

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In conclusione, il diritto di ogni bambino a essere educato nella religione della famiglia, sembra essere, per i piccoli musulmani sordi, una meta difficile da raggiungere. Il passaggio dall’apprendimento lento e faticoso della lingua italiana a quella araba è un’impresa quasi improponibile: lo strumento che può invece aiutare il bambino sordo ad accedere al suo patrimonio religioso in tempi non diversi dal coetaneo udente è la lingua italiana dei segni, strumento comunicativo naturale per coloro che non sentono. Dobbiamo operare in modo da sollecitare sia le autorità religiose musulmane che i responsabili delle associazioni di sordi a occuparsi maggiormente del mondo di questi bimbi che hanno bisogno di essere riconosciuti anche attraverso la loro religione, per sviluppare un senso di appartenenza. Accogliere e rispettare la loro diversità significa valorizzarne l’identità e favorirne l’accesso alla cultura del Paese d’accoglienza con un creativo processo di meticciamento.

*Marisa Bonomi è psicologa, psicoterapeuta infantile e consulente dell’associazione bresciana Monsignor G. Marcoli, con esperienza pluridecennale di lavoro con i bambini sordi e le loro famiglie. Ha una formazione in Psichiatria transculturale ed è autrice di diverse pubblicazioni sul mondo della sordità infantile. Le immagini in queste pagine, firmate da Stefania Pedna e Roberta Dallara, sono tratte dal volume “Preghiere illustrate dal Corano”, curato dalla stessa Bonomi e pubblicato grazie all’associazione Centro Migranti della Diocesi di Brescia.

(L’articolo è tratto dal numero di aprile di SuperAbile INAIL, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità)

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