1 settembre 2020 ore: 12:00
Società

“Noi genitori vogliamo che la scuola cominci”. Ma non c'è unanimità

Presa di posizione netta di Alberto Pellai, psicoterapeuta dell'età evolutiva: “Vogliamo essere mamme e papà di figli che hanno diritto alla scuola e allo studio. Per quanto difficile possa essere, a fianco della parola 'prevenzione' c’è un’altra parola chiave che deve tornare nelle nostre vite e in quella dei nostri ragazzi: normalità”. E si accende il dibattito
Didattica a distanza, due bambini al computer

ROMA - “Se c’è una cosa che sappiamo per certa è questa: noi genitori vogliamo essere mamme e papà di figli che hanno diritto alla scuola e allo studio. Per quanto difficile possa essere, a fianco della parola 'prevenzione', c’è un’altra parola chiave che deve tornare nelle nostre vite e in quella dei nostri ragazzi: normalità”. Lo dice con fermezza Alberto Pellai, nella doppia veste di psicoterapeuta dell'età evolutiva e di papà, che ha vissuto e osservato con attenzione e preoccupazione l'impatto del lockdown sulla vita dei più giovani.

Uscirà in libreria l'8 settembre il volume che raccoglie queste sue riflessioni, “Mentre la tempesta colpiva forte. Quello che noi genitori abbiamo imparato in tempo di emergenza” (De Agostini): “Un libro che dice a voce alta chi siamo stati, ma soprattutto chi vogliamo essere ora, dopo tutti questi mesi di fatica”. E cosa vogliano i genitori Pellai lo evidenzia anche oggi, in un post su Facebook che è anche una presa di posizione: “Noi genitori vogliamo che la scuola cominci il prima possibile, vogliamo che i nostri figli possano riavere accesso a quell’educazione di qualità che solo i docenti, le lezioni in presenza e il contatto diretto con i loro compagni sono in grado di garantire. Da sei mesi noi famiglie li prepariamo e ci prepariamo a rinsaldare l’alleanza con la scuola”.

Non sfuggono certo le difficoltà: “Sappiamo quanto sia complesso quest’anno, ma non se ne può fare a meno. Non un solo giorno di scuola deve essere saltato e sarebbe ideale che tutti entrassero in aula il 14 settembre. So che molte regioni hanno già rimandato l’avvio dell’anno scolastico al 24 settembre. Me ne dispiaccio. La ripartenza unitaria e contemporanea di tutte le scuole della nazione nel medesimo giorno avrebbe avuto un valore simbolico di portata enorme e avrebbe dato ai nostri figli la percezione di un mondo adulto alleato e competente, capace di portarli fuori dalla tempesta che ha travolto le nostre vita”.

“Vogliamo? Non tutti”

Una posizione che però non registra unanime consenso, ma al contrario accende un dibattito che mette in luce quanto, sul tema della riapertura della scuola, tra gli stessi genitori esistano idee diverse: non solo chi chiede di riveder suo figlio o sua figlia in classe con i suoi compagni, in un modo o nell'altro, ma anche chi, in nome della prudenza e della prevenzione, rinvierebbe l'apertura a tempi più sicuri. “Sono genitore, non condivido tutto quello che ha scritto, quindi 'alcuni genitori vogliono' anziché 'noi genitori vogliamo' è più corretto”, si legge in un commento. “La seguo sempre con affetto ed interesse ma questa volta concordo solo parzialmente con lei. Le istituzioni hanno fatto pochi fatti e la scuola sarà luogo di grande rischio accompagnato da scarsa socialità e una didattica frammentata e poco continua”, scrive qualcuno. Un altro: “Sono un genitore, è vero che ormai i miei figli sono tutti adolescenti, ma io non condivido il tuo pensiero mi spiace. Io vorrei per quest'anno una didattica a distanza fatta bene. È ovvio che in presenza è l'ideale ma adesso la priorità è la salute di tutti”.

E c'è chi evidenzia come le scuole non si siano ad oggi adeguatamente preparate e attrezzate per la riapertura: “Lei si dispiace della ripartenza 'differenziata': ebbene, non è per un capriccio: le scuole non sono pronte. Mancano i banchi, gli insegnanti, il personale Ata, gli spazi per il distanziamento. Lo sa come 'riapre in sicurezza' la mia scuola? Esattamente come l'anno scorso: classi sovraffollate, mancanza di ricircolo d'aria, niente servizio mensa perché non c'è ascensore per portare i pasti nei piani superiori. Tradotto nella realtà quotidiana significa che tutti i docenti e gli alunni (dai 6 ai 13 anni) dovranno portare la mascherine per un minimo di 5 ore ad un massimo di otto ore al giorno. Le istituzioni territoriali ci hanno negato ogni possibilità di creare o di usufruire di spazi aggiuntivi. E non parlo di una situazione isolata, perché gli studenti in scuole senza distanziamento garantito sono circa 20 mila”.

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