18 maggio 2020 ore: 13:30
Disabilità

Disabilità e assistenza, distanziamento non obbligatorio. “Eravamo fuorilegge”

di Chiara Ludovisi
Suscita polemiche l'articolo 9 dell'ultimo Dpcm sulle riaperture. Barbieri: “Scopro di essere stato fuori legge fino a ieri”. Bonanno: “La legge non esiste se l'assistenza viene erogata dal famigliare. Il caregiver non interessa”. E poi c'è il problema della tutela della salute: “Test e tamponi per disabili, familiari e operatori. O il rischio sarà alto”
Oltre lo sguardo onlus Oltre lo sguardo onlus al parco con mascherine

Oltre lo sguardo onlus al parco con mascherine

ROMA - Chi assiste una persona con disabilità non è tenuto a rispettare l'obbligo di un metro di distanza: è questo, in sintesi, quanto prevede l'ultimo Dpcm (17 maggio 2020) appena approvato, con cui l'Italia esce ufficialmente dal lockdown. La specifica è contenuta nel comma 2 dell'articolo 9 su “Ulteriori disposizioni specifiche per la disabilità”. Il precedente comma conferma quanto già previsto nel precedente Dpcm (art. 8) per la riattivazione dei centri e dei servizi, affidata alle regioni. Ora, nel nuovo successivo comma, si legge: “Le persone con disabilità motorie o con disturbi dello spettro autistico, disabilità intellettiva o sensoriale o problematiche psichiatriche e comportamentali o non autosufficienti con necessità di supporto, possono ridurre il distanziamento sociale con i propri accompagnatori o operatori di assistenza, operanti a qualsiasi titolo, al di sotto della distanza prevista”. Quattro righe non bastano certo per fare chiarezza, ma sono sufficienti per scatenare le critiche e il sarcasmo di chi questa condizione la vive sulla propria pelle e coglie quindi in questo articolo almeno due paradossi.

“Fuorilegge fino a ieri”

Il primo paradosso lo esprime con una battuta Pietro Vittorio Barbieri: “Primissima lettura del nuovo Dpcm sulla riapertura: quando scopri di essere stato fuori legge fino a ieri”. E puntuali arrivano i commenti di caregiver familiari che, come Barbieri, sanno benissimo quanto questa possibilità, ora messa nera su bianco, sia sempre stata una necessità e quindi, di fatto, la realtà. “Nessuno li ha informati, neanche i loro espertoni da task force, che ci sono disabilità per le quali è impossibile mantenere queste distanze di distanziamento, esattamente come è impossibile fargli portare la mascherina o i guanti. Le cose fatte solo per dire 'ne abbiamo parlato'. Che sconforto!”, scrive Irene Gironi Carnevali. Per Sara Bonanno, “niente come questa regola messa nero su bianco chiarisce, senza alcuna ombra di dubbio, che le persone con disabilità non sono state considerate dei cittadini italiani da un governo che li ha trattati come se fossero un 'affare di famiglia', peggio degli animali domestici per la quale sono date più volte delle precise disposizioni in modo che non fossero abbandonati al loro destino. E non siamo stati 'fuorilegge' – aggiunge - come scrive scherzando Pietro Vittorio Barbieri, perché la legge non esiste se l'assistenza viene erogata dal famigliare. Non esiste l'abuso di professione medica, infatti il famigliare può addirittura effettuare manovre mediche a elevata competenza sanitaria sulla persona con disabilità; non esiste il reato di millantare professionalità a elevata specialità, non esiste il reato di caporalato e lavoro in condizioni di schiavitù che affida a persone totalmente sfinite degli individui fragilissimi. La cosa assurda è che sono le stesse persone con disabilità che rappresentano i loro diritti umani in sede governativa a non rendersi conto che essere un affare di famiglia significa entrare in un'area di totale assenza di legalità, dove non esiste per loro alcun diritto umano, dove non sono nemmeno considerati degli esseri umani ma solo un 'vezzo' totalmente relegato all'amore dei loro famigliari”.

Quale sicurezza, senza la distanza?

E poi c'è il secondo paradosso: da un lato si riconosce la possibilità, per assistenti e operatori, di 'ridurre il distanziamento sociale”, dall'altro l'art. 3 (comma 2) esonera dall'obbligo di indossare 'protezioni delle vie respiratorie i soggetti con forme di disabilità non compatibili con l'uso continuativo della mascherina ovvero i soggetti che interagiscono con i predetti'. Allora, vien da chiedersi, in che modo si tutela la salute delle persone con disabilità? Di fatto, nulla a tal proposito è previsto e disposto nel Dpcm. Un modo per affrontare almeno in parte la situazione ci sarebbe e già tempo fa lo indicava e suggeriva Sara Bonanno: “Occorre fare test sierologici a tappeto sia alle persone con disabilità, che ai loro famigliari che a tutti gli operatori. Occorre farli periodicamente, per monitorare nel tempo tutti i contesti assistenziali, non solo quelli 'in gruppo' ma anche gli interventi individuali, permettendo così a queste persone e alle loro famiglie di riprendere a vivere”. In mancanza di queste accortezze e fondamentali attenzioni, tanto la riapertura dei centri quanto la ripresa dei servizi domiciliari rischiano di esporre le persone con disabilità, i loro familiari e anche gli operatori a nu rischio che disattende i ripetuti appelli alla prudenza e alla massima cautela, nel rispetto della salute di tutti, in un momento in cui la pandemia è tutt'altro che superata.

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