Carcere, Borgna: "Stemperare il senso di isolamento per prevenire la radicalizzazione"
ROMA - “Per la legge, tra detenuti italiani e stranieri in Italia c’è un’uguaglianza assoluta. Ma quell’uguaglianza rimane scritta sulla carta”. Parte da qui, dalla necessità di eliminare quel “supplemento di afflittività che comporta essere stranieri in carcere” la strategia per combattere il rischio radicalizzazione negli istituti penitenziari italiani secondo Paolo Borgna, procuratore aggiunto al tribunale di Torino, coordinatore del Tavolo 7 degli Stati generali sull’esecuzione penale su “Stranieri ed esecuzione penale”.
Le indicazioni per prevenire il terrorismo internazionale che vede le carceri come possibili incubatori di radicalizzazione, arrivano dal suo intervento al seminario formativo “Stampa e terrorismo internazionale, tra diritti e sicurezza”, primo evento del progetto “Carcere e informazione” nato in continuità ideale con gli Stati generali per sensibilizzare sui temi del carcere. Il documento integrale è disponibile sul sito del ministero della Giustizia: https://www.giustizia.it/resources/cms/documents/sgep_radical_Borgna.pdf.
Il carcere è cambiato e con lui la popolazione detenuta. “La riforma del 1975 ha, sullo sfondo, l’idea di una rieducazione individualizzata del condannato – sottolinea Borgna -. Prevede un trattamento rieducativo e di risocializzazione calibrato sui ‘particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto’ e sulla rilevazione delle ‘cause del disadattamento sociale’ e che dovrebbe avvalersi ‘dell’istruzione, del lavoro, della religione, delle attività culturali, ricreative e sportive’, agevolando ‘opportuni contatti con il mondo esterno ed i rapporti con la famiglia’. Questo orizzonte cui mirare è perfettamente in sintonia con l’articolo 27 della Costituzione ma la riforma di 40 anni fa aveva come riferimento il mondo carcerario dell’epoca in cui quasi tutti i detenuti erano cittadini del nostro Paese, tutti parlavano la lingua italiana, erano perlopiù cattolici, avevano una famiglia o una rete di relazioni amicali con cui mantenevano rapporti con il mondo esterno e potevano sperare di trovare un lavoro una volta scarcerati”.
Tutto questo oggi manca a quel terzo di popolazione carceraria composto da cittadini stranieri e Paolo Borgna ricorda i numeri: “Nel 1987 gli stranieri detenuti in Italia erano 3.377, su 29.999 detenuti complessivi (l’11,12% della popolazione carceraria). Il 31 luglio 2015, su 52.114 persone detenute, gli stranieri erano 17.035 (il 33% del totale). Quel terzo degli odierni detenuti nelle nostre carceri fatica a parlare e comprendere l’italiano e raramente trova, tra il personale carcerario, persone che comprendono la propria lingua. E’ in Italia, nella stragrande maggioranza, senza radici. Ha profonde differenze culturali e religiose. Intravede, per il momento della liberazione, un futuro incerto che oscilla tra il forzato ritorno in Patria e la re-immersione in un diffuso mondo di illegalità".
"Il rischio della radicalizzazione ideologica - sottolinea il magistrato - è strettamente connesso a questa situazione: barriere culturali e linguistiche, assenza di legami con la famiglia e con il mondo esterno al carcere, ostacoli ad usufruire concretamente di benefici previsti dalla legge, difficoltà ad immaginare un proprio futuro di reinserimento nella società una volta scontata la pena, sono tutti fattori destinati a produrre quel sentimento di esclusione che può alimentare le spinte verso derive terroristiche.
E’ facile comprendere come il maggior senso di segregazione avvertito dai detenuti stranieri possa essere un propellente pericolosissimo per alimentare le spinte di radicalizzazione che possono portare al terrorismo. Per comprendere l’esasperazione dei detenuti stranieri, in particolare maghrebini, basti pensare che, nel 2014, tra gli stranieri (per la maggior parte provenienti dai Paesi del Maghreb) si sono verificati 4.451 episodi di autolesionismo, 547 tentati suicidi e 20 suicidi. Lo stato psicologico dello straniero - che, spesso giovane e disorientato, entra in carcere e non sempre capisce chiaramente i motivi dell’arresto e il percorso giudiziario che lo attende, incontra difficoltà nei colloqui con medici e psicologi, senza l’ausilio di traduttori o mediatori culturali - rende la detenzione della popolazione straniera, in particolare quella proveniente dall’Africa, assai complessa. In questo quadro, i detenuti musulmani sembrano incontrare in carcere la replica esasperata della loro condizione di immigrati, che incontrano in Europa stili di vita e riferimenti culturali diversi da quelli in cui sono cresciuti. E’ così che la religione, anche in Italia, rischia di diventare, per il musulmano, uno strumento di affermazione identitaria”.
Le proposte: intensificare i corsi di aggiornamento degli operatori penitenziari sulla cultura e i bisogni degli stranieri in carcere, intensificare i corsi di aggiornamento sul tema del proselitismo e della radicalizzazione , favorire i colloqui dei ristretti con gli educatori e gli assistenti sociali, incentivare i corsi di alfabetizzazione, scolastici e professionali, coinvolgere la società esterna, (assistenti volontari, mediatori culturali e imam), evitando che alcuni detenuti assurgano a posizioni di leadership, creare tavoli tecnici permanenti tra enti territoriali, Asl, associazioni di volontariato, comunità islamiche, favorire le opportunità di fruire di permessi premio e misure alternative tramite la creazione di alloggi di ospitalità protetta e di reti di sostegno in collaborazione tra Amministrazioni locali, organizzzazioni non profit e volontariato in connessione con l’Autorità giudiziaria, favorire i rapporti e gli interventi con le Autorità consolari rappresentative della popolazione detenuta straniera, anche nell’ottica del ritorno nei Paesi di origine, prevedere modelli per la deradicalizzazione in carcere.
“Perché il principale argomento per fronteggiare l’estremizzazione dei comportamenti e la radicalizzazione ideologica in carcere - conclude Paolo Borgna - è stemperare il senso di isolamento ed emarginazione che questi detenuti avvertono”. (Teresa Valiani)