21 ottobre 2013 ore: 12:22
Economia

Dalla casa al dormitorio, così a Torino cambiano le richieste d’aiuto

Con l’ondata incessante di sfratti esecutivi e le liste d’attesa per gli alloggi d’emergenza sempre più intasate, crescono le famiglie costrette a rivolgersi a centri di accoglienza notturna e social housing per un riparo. Le testimonianze di Sermig e Don Orione
Dormitorio. Letti

TORINO - “Trovare un cittadino italiano in un accoglienza notturna era un’eventualità molto rara, fino a qualche anno fa. Oggi è diventata la norma”. Andrea lavora da più di dieci anni nel dormitorio del Sermig di piazza Borgo Dora, uno dei quindici asili notturni che a Torino danno ospitalità a chi non ha un tetto sulla testa. Strutture che da qualche tempo assistono a un progressivo mutamento dell’identikit di chi vi arriva in cerca di aiuto. “La maggior parte dei nostri ospiti – continua Andrea – restano stranieri, che magari hanno appena perso il lavoro o attendono di ottenere lo status di rifugiati. Ma, da circa tre anni, c’è un costante aumento dei cittadini italiani che si rivolgono a noi: questa sera, ad esempio, stiamo ospitando cinque donne e altrettanti uomini di nazionalità italiana“. Un processo innescato dal perdurare della crisi; e accelerato, nel capoluogo sabaudo, da un’ondata di sfratti che, nello scorso anno, ha colpito quasi 4 mila famiglie. “Capita sempre più spesso – spiega Andrea – che chi ci chiede accoglienza abbia da poco perso la casa. Sono individui che fino a qualche anno fa non si sarebbero mai sognati di venire a bussare alla nostra porta: lavoratori a medio o basso reddito, che riuscivano a vivere dignitosamente e che ora stanno perdendo ogni riferimento sul piano economico”.

In termini relativi, comunque, resta ancora basso il numero di quanti finiscono nei dormitori in ragione dall’emergenza casa. Ma sono particolarmente significativi alcuni episodi che iniziano a verificarsi in queste strutture. “Tra gli italiani che si rivolgono a noi – spiega Andrea – ci sono soprattutto uomini o donne single e padri separati; mentre questo è un fenomeno che tocca soprattutto le famiglie. Le quali, in teoria, non potrebbero essere accolte, perché un minore non potrebbe dormire in un asilo notturno. Dico ‘in teoria’ perché, nella realtà dei fatti, è capitato spesso che arrivassero nuclei familiari con bambini piccoli. Magari a tarda notte e con temperature sotto lo zero. A quel punto non possiamo fare altro che lasciarli entrare”.  “Molte di queste persone – conclude – erano appena state mandate via dalle loro abitazioni ed erano totalmente spaesate. Ma resta comunque difficile per noi dare un quadro esaustivo del fenomeno”.

Ad avere una visuale più ampia sugli effetti dell’emergenza casa sono invece i social housing, strutture di accoglienza pensate proprio per venire incontro alle famiglie colpite da questo tipo di situazione. L’ultima ad aprire, in ordine di tempo, è stata la residenza D’Orho, gestita dall’opera di Don Orione in collaborazione con la Caritas di Torino e con alcune cooperative sociali. “Siamo attivi dal primo settembre e siamo già in overbooking” spiega Emanuele Ferragatta, responsabile della struttura. “Vale a dire che, su 20 alloggi disponibili, 18 sono già occupati e due verranno assegnati a breve”. La residenza, comunque, non è pensata per offrire una sistemazione definitiva: “ci rivolgiamo a quei nuclei familiari che sono in attesa di entrare negli alloggi di emergenza del Comune” continua Ferragatta. “Questo ci permette di contare su un turnover piuttosto regolare, in modo da ospitare parecchie famiglie: la permanenza media, finora, è stata di 40 giorni. Se allo scadere di questo arco di tempo gli ospiti non hanno trovato un’altra sistemazione, li indirizziamo verso una rete di enti di beneficenza e volontariato; i quali, insieme al Comune, ci segnalano anche gli inquilini da accogliere nella struttura”.

Purtroppo, però, tutto questo non basta a soddisfare un numero di domande che sembra crescere di giorno in giorno: “Soltanto nell’ultimo mese – spiega Ferragatta – siamo stati costretti a lasciare fuori dieci richieste. Queste persone, ovviamente, vengono registrate in una lista d’attesa; in caso non abbiano trovato un’altra soluzione, le accogliamo non appena ne abbiamo la possibilità. Oltre alle nostre liste interne, però, dobbiamo tenere conto anche delle segnalazioni che arrivano dallo Sportello casa e dai Servizi sociali. E a volte, purtroppo, capita che qualcuno debba ripiegare sui dormitori”. (ams)

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