24 gennaio 2017 ore: 11:23
Giustizia

Davide, da studente detenuto a professore del corso di cinema in carcere

Più di vent’anni di carcere alle spalle, due lauree, una specializzazione. Ora la semilibertà e un nuovo lavoro ottenuto grazie alle competenze acquisite nel corso del laboratorio di cinema organizzato nel carcere bolognese della Dozza
Davide, ciak in carcere

BOLOGNA - “Mi sento un po’ un alieno, mi devo ancora abituare a questa routine che sta iniziando. Sai, dopo alcuni anni di chiusura totale…”. Davide Pagenstecher è in pausa pranzo, in attesa di tornare al lavoro. Risponde da un cellulare appena comprato “che sembra una bistecchiera, rispetto all’ultimo usato 5 anni fa: “Potrei stare fuori ancora un po’, ma fa troppo freddo. Credo rientrerò prima”. Davide Pagenstecher, 48enne di origini milanesi, ora è in semilibertà, dopo 23 anni passati tra decine di carceri italiane. Dall’autunno del 2001 è alla Casa circondariale Dozza di Bologna, ed è lì che torna ogni sera alle 20.30, dopo una giornata di lavoro presso la Smk Videofactory. “Mi sveglio alle 8 e per le 10 sono al lavoro. La pausa pranzo è tra le 13 e le 14, per le 15 torno in sede e ci resto fino alle 19. Poi rientro in Dozza. Il sabato resto in carcere, la domenica ho il permesso per andare a messa, magari nel tempo che ho a disposizione riesco anche a farci stare dentro un panino al bar”.

Per Smk Videofactory, casa di produzione audiovisiva indipendente, Davide porta avanti un’analisi giuridica di un centinaio di faldoni legati al cosiddetto “caso 7 aprile”, quella serie di processi tra gli anni Settanta e Ottanta contro militanti identificati nell’area della cosiddetta “autonomia”. “La finalità del mio percorso è arrivare alla produzione di un testo scritto. Poi chissà, magari ci saranno anche altri sviluppi”. Gli strumenti per realizzare questa ‘analisi giuridica’ a Davide sono stati forniti dalla sua seconda laurea in Giurisprudenza, conseguita in Dozza nel 2009. La prima, nel 2005, era in Scienze politiche. Il suo percorso di studi si è chiuso – per ora – con una specializzazione in Scienze dell’organizzazione avanzata, che lo ha portato anche a collaborare con Terres des Hommes e con il Rie, Ricerche industriali energetiche, di Bologna. “Mi fa sorridere, ma sai come mi chiamano in carcere? L’avvocato. Quello che è certo è che quando ho cominciato a studiare ho distaccato totalmente la mente dai pensieri criminali”, ammette Pagenstecher.

La seconda vita di Davide, cominciata sui libri, ha avuto una nuova svolta con la sua partecipazione alla prima edizione di Ciak in carcere, il laboratorio di cinema organizzato lo scorso inverno in Dozza dall’associazione Documentaristi dell’Emilia-Romagna (Der). “Filippo Vendemmiati e Angelita Fiore ci hanno convocato e ci hanno raccontato l’idea che avevano in mente. Io in quel corso ce l’ho messa tutta: tutto il mio spirito, la mia voglia di approfondire e conoscere, il mio interesse. È stato davvero molto bello. E poi, Cinevasioni: in quei giorni a noi giurati non è nemmeno sembrato di essere in carcere”. Si emoziona, Davide, quando ricorda Cinevasioni, il primo festival del cinema in carcere, andato in scena lo scorso maggio in Dozza: “Spero tanto che Angelita e Filippo riescano a portarlo avanti, perché è un’occasione unica, sia per chi sta dentro, sia per chi sta fuori, di conoscersi”.

Un interesse e una passione così forti, quelli di Davide, che tra aprile e maggio 2016 convincono il magistrato di sorveglianza a prendere in considerazione l’ipotesi della sua semilibertà: “Naturalmente prima dovevo cercarmi un lavoro: mi è venuto in mente Vendemmiati, e tutti insieme abbiamo lavorato per mandare in porto questo stage a Smk Videofactory”. “Per lui ho grandi progetti – annuncia Angelita Fiore, responsabile con Vendemmiati del corso di cinema –. Voglio che mi aiuti a portare avanti la nuova edizione di Ciak in carcere. Gli ‘studenti’ mi danno i compiti: giusto oggi mi hanno chiesto di raccogliere informazioni sul cinema americano e sullo star system, per parlarne insieme. Chiederò a Davide di accompagnarmi in questo percorso di ricerca: dobbiamo rimboccarci le maniche tutti. Anche per noi questa è una cosa nuova: lo appoggeremo e lo seguiremo, non vogliamo tradire le sue aspettative”. 

“Me lo ripeto sempre - conclude Davide, mentre si riveste per tornare al lavoro, incredulo del freddo che avvolge la città (“d’altro canto in carcere mica avevo bisogno di abiti troppo pesanti: non ero più abituato all’aria aperta”) - è inutile piangere sul nostro passato, meglio reagire nella maniera giusta e guardare avanti, con convinzione. A me resterebbero ancora 7 anni e 4 mesi da scontare, ma chissà, le cose potrebbero andare ancora meglio. Io non smetto di crederci”. (Ambra Notari)

© Copyright Redattore Sociale