29 novembre 2016 ore: 09:02
Disabilità

Faraone incontra in carcere Pietro, che ha ucciso il figlio autistico

Il sottosegretario Faraone, padre di una bambina disabile, ha visitato in carcere l'uomo che, tre settimane fa, ha ucciso il figlio autistico. “E' lucido e sereno, convinto che ora Andrea sia al sicuro”
Ragazzino autistico alla finestra - SITO NUOVO

ROMA - Pietro ha ucciso suo figlio Andrea 3 settimane fa, il 7 novembre. Ne abbiamo parlato raccontando le difficoltà di questa famiglia e raccogliendo la testimonianza di Angsa Novara-Vercelli, l'associazione che aveva cercato di aiutare quest'uomo, soprattutto dopo la morte della moglie. Oggi Pietro, sopravvissuto al tentativo di suicidio, si trova in carcere a Torino: è in un reparto psichiatrico, sotto osservazione, perché occorre comprendere se il suo gesto sia dovuto a un disturbo mentale. Un corridoio con tante piccole celle singole: in una di queste c'è Pietro. Ed è qui che, qualche giorno fa, lo ha incontrato Davide Faraone, in qualità di politico (sottosegretario al Miur per l'inclusione scolastica), ma soprattutto in qualità di padre di una ragazza autistica. Al ritorno, Faraone ha sentito il bisogno di riferire le sue impressioni e sopratutto di lanciare un appello: “Pietro non deve vivere in queste condizioni. Pietro deve uscire di lì” E questo appello lo ha lanciato attraverso il sito di Gianluca Nicoletti “Pernoiautistici”.

C'è una frase, pronunciata da Pietro, che ha colpito particolarmente Faraone. E' la frase intorno a cui ruota tutta questa vicenda e che più efficacemente esprime il dramma che l'ha generata: “Pietro mi ha detto: 'Finalmente mio figlio è al sicuro'. E lo ha detto con serenità e lucidità. Non una lucida pazzia, ma la consapevolezza e la convinzione di aver salvato suo figlio”, riferisce Faraone.

Ma salvato da cosa? Dal dolore e dalla solitudine che, nonostante l'amore del padre, soffocava Andrea. “Da quando è morta la madre, un anno fa, a causa di una grave malattia – ricorda Faraone – Andrea viveva in una struttura. Il padre lavorava e non poteva occuparsi adeguatamente di lui, con le sole quattro ore di assistenza che gli venivano concesse. Ha quindi scelto per il figlio questa struttura, gestita da Angsa: una buona struttura, in cui tuttavia Andrea non riusciva a superare il dolore. Durante la malattia della madre aveva perso 12 chili e non pareva riprendersi. Il padre soffriva con lui, perché non riusciva a passare con il figlio il tempo che avrebbe voluto e non riusciva ad essergli abbastanza d'aiuto. E si domandava anche cosa sarebbe stato di Andrea quando anche lui, il padre, non ci sarebbe stato più”. E' il pensiero del “dopo di noi” che affligge tante famiglie di persone con disabilità: un pensiero che per Pietro era diventato un tormento, tanto da portare al drammatico gesto”.

Un gesto che Faraone non intende certo giustificare: “Non posso giustificarlo per non dare attenuanti a nessuno – spiega - E non voglio giustificarlo, per rispetto verso tutte quelle tante famiglie che, pur vivendo una situazione simile alla sua, continuano ad andare avanti. Ma è anche per loro che non dobbiamo infliggere a Pietro quest’altra punizione, dopo le tante restrizioni che ha avuto nella vita. Pietro deve uscire di lì prima possibile, anche se non lo chiede. Perché Pietro non è un uomo pericoloso, è un uomo che ha sofferto e si è trovato solo. L’unico pericolo è che si faccia del male, che abbia di nuovo un gesto di debolezza. E nelle condizioni in cui vive attualmente, questo è certamente possibile”.

Ma cosa può fare la “politica”, cosa possono fare le istituzioni, per rispondere in modo strutturale ai bisogni e alla sofferenza di tante famiglie come quella di Pietro? Risponde, questa volta, Faraone il “politico”, che ci elenca una serie di misure già in lavorazione, che vanno portate avanti e sostenute: il riconoscimento del caregiver, il prepensionamento dei genitori di figli disabili, le risorse per il Dopo di noi. Tutte misure che certamente vanno sostenute e accelerate. Però, nel frattempo, “bisogna aiutare Pietro. Quando ci sarà la condanna, vorrei che per lui ci fosse la grazia, anche se lui non chiede niente, anzi è pronto a sopportare tutto, dice, ora che suo figlio è al sicuro”.

Non sarebbe la prima volta: almeno in due casi, nell'ultimo decennio, il presidente della Repubblica ha concesso la grazia a padri che avevano ucciso i figli disabili. E' stato l'ex presidente Napolitano ad aver graziato, nel dicembre 2006, Salvatore Piscitello, medico sessantottenne che aveva ucciso il figlio autistico. L'anno successivo, Calogero Crapanzano, maestro in pensione, che aveva assassinato il figlio disabile e poi si era presentato ai Carabinieri. “Credo che la storia di Pietro somigli a quella di questi due padri. Il loro gesto non va giustificato, sopratutto per rispetto verso le tantissime famiglie che le stesse difficoltà per la stessa disperazione la affrontano ogni giorno. Però sono convinto che non siamo di fronte a pericolosi criminali. Pietro è un uomo che la vita ha già condannato: non infliggiamogli un'altra punizione”. (cl)

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