25 novembre 2015 ore: 13:53
Giustizia

Il portone del centro antiviolenza oggi resta chiuso: stanchi di parole e rituali

Dopo 19 anni il centro di Trama di terre a Imola resta chiuso. Del Pra (presidente): “Noi ce ne occupiamo tutto l’anno: ma chi ne parla oggi, dov’è gli altri giorni?”. E chiede lo status di rifugiate per le donne migranti vittime di violenza e una maggiore prevenzione nelle scuole
Imola il portone di Trama di terre
Imola il portone di Trama di terre

IMOLA (Bologna) – Il portone del centro antiviolenza di Trama di terre oggi è chiuso. È chiuso perché è il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne. “Noi siamo a fianco delle donne 365 giorni l’anno, voi ve ne ricordate solo uno”: la scritta gialla che campeggia all’ingresso non lascia dubbi. La chiusura di oggi è un atto di denuncia: “Centinaia di donne lo hanno varcato nel 2015 per chiedere di essere ascoltate, di essere sostenute dall’uscita dalla violenza, per stare con altre donne nel difendere i loro diritti universali”, riporta il comunicato.  

Un atto per gridare la stanchezza delle donne di Trama “di parole e rituali celebrativi; di ripetere nelle piazze elenchi di nomi di donne ammazzate, di numeri, statistiche; di leggere storie di vittime – non di donne – ognuna con una storia unica”. Ma da domani, il portone tornerà a essere aperto: “Oggi siamo in sciopero – dichiara Tiziana Dal Pra, presidente di Trama –: siamo stufe. Tutte le radio, le televisioni, zeppe di pensieri retorici e formule trite. Ormai sembra un format: ma tutti questi che parlano, dove sono il resto dell’anno? Perché non basta sottoscrivere accordi transnazionali, serve far crescere una coscienza comune. Così stanotte, dopo 19 anni, abbiamo deciso di chiudere il nostro portone. Volevamo avere l’effetto di un pugno nello stomaco. La città se n’è accorta, e noi per qualche ora ci siamo allontanate dalla città. Tutte insieme. La festa ce la facciamo da sole”.

Dal Pra racconta che, ultimamente, i rapporti con le istituzioni vanno appianandosi: un passo avanti, ma che non può bastare: “Al momento ospitiamo 18 donne migranti: a prescindere dal Paese d’origine, vorremmo che a partire dalle violenze subite potessero chiedere lo status di rifugiate, per evitare che succeda quando accaduto alle nigeriane rinchiuse nel Cie di Ponte Galeria”.  La presidente denuncia anche l’assenza della prevenzione nelle scuole: i ragazzi, spiega, non credono ci sia violenza, e non hanno percezione di quanto certi atteggiamenti siano molto gravi. “Ovviamente non devono vivere nel terrore, ma devono avere coscienza di quello che succede intorno a loro. Il fenomeno migratorio, poi, ci mette davanti a realtà che sembravano dimenticate, come il matrimonio forzato”. La richiesta di Dal Pra è che di tutti questi aspetti non se ne occupino solo i centri interculturali e i centri antiviolenza: “Perché la vita di una donna vale quanto quella di un uomo, ma ancora non è così”. La proposta è quella di promuovere non un’educazione sentimentale, ma ai diritti di genere: “Le disuguaglianze tra i sessi sono le cause dell’aggressività: è necessario che l’occhio vigile che si spalanca ogni anno il 25 novembre resti aperto anche tutto il resto dell’anno”.

Nel 2014 i centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna hanno seguito 3.301 donne. Di queste, 2.978 hanno subito una violenza, nell’80 per cento dei casi si tratta di donne con figli che hanno subito violenza in contesti familiari, e quasi nel 36 per cento dei casi si tratta di donne straniere. Nello specifico, il centro di Trama di terre ha seguito 73 donne (71 i nuovi ingressi): 69 le vittime di violenza, 53 sono le madri. Nelle case rifugio a indirizzo segreto ne sono state ospitate 21: 7 con figli, 2 senza, 12 con figli minori (Ambra Notari).

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