16 settembre 2016 ore: 09:55
Giustizia

Opg, consegnata al governo la relazione: “Chiusura entro novembre”

Due gli ospedali psichiatrici giudiziari ancora aperti, 26 Rems attive con 541 ospiti, ma non mancano problemi e questioni da risolvere: dal caso delle donne, ai senza fissa dimora, dalle differenze tra regolamenti al rischio ingorgo. Ecco i dettagli dei sei mesi di lavoro del Commissario Franco Corleone
Opg, rems, uomo dietro sbarre, psichiatria - SITO NUOVO

ROMA – Due ospedali psichiatrici giudiziari da chiudere, Rems non ancora al completo e già con una coda all’ingresso da smaltire, una territorialità  dei pazienti non ancora del tutto rispettata, regolamenti non ancora omogenei e la certezza di veder chiusa l’epoca degli Opg in Italia entro e non oltre il 2016. È quanto emerge dalla Relazione semestrale sull’attività svolta dal Commissario unico per il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, Franco Corleone, consegnata nei giorni scorsi al governo Renzi. Il testo esamina nel dettaglio il percorso di chiusura degli Opg dedicando ampio spazio alle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza e al futuro delle stesse.

Nonostante il ritardo accumulato dall’applicazione della legge 81/2014, motivo per cui si è deciso di intervenire nominando un commissario, i dati riportati nella Relazione fanno ben sperare. Se al 19 febbraio 2016, infatti, erano 97 persone internate in quattro Opg ancora aperti e funzionanti, al 19 agosto (termine del primo mandato del Commissario) nei due Opg funzionanti, Montelupo Fiorentino e Barcellona Pozzo di Gotto, ci sono 37 persone “ancora internate in una detenzione illegale – precisa il testo - e che rimangono in attesa di essere inserite nelle Rems di competenza territoriale o per i quali si sta cercando di intraprendere percorsi alternativi”. Una situazione che ha spingo il governo a rinnovare il mandato a Corleone per altri sei mesi.

Nuovo traguardo fissato al 19 febbraio 2016, ma per Corleone si può fare molto già nei prossimi due mesi. “Gli obiettivi che si dovranno raggiungere entro novembre saranno: la chiusura degli Opg ancora aperti e l’apertura delle Rems in Piemonte, Liguria, Toscana, Calabria e Sicilia – si legge nella relazione - e infine il trasferimento di tutti i pazienti nelle Rems delle regioni di provenienza”. Necessaria, inoltre, una “ricognizione puntuale e un monitoraggio sul funzionamento di tutte le Rems e le indicazioni per il coordinamento successivo alla chiusura della fase commissariale e la puntualizzazione del piano per l’attivazione delle Rems definitive”.

Il rischio ingorgo. Un quadro in divenire, quello del post-Opg, dove mancano ancora dei tasselli e occorre intervenire su alcune questioni per evitare che il sistema possa ingolfarsi. Attualmente le Rems attivate sono 26, con 541 pazienti assistiti: 3 attivate in Friuli Venezia Giulia, 4 nel Lazio, altrettante in Campania, 2 rispettivamente in Sicilia, Puglia ed Emilia Romagna, una in Toscana, Abruzzo, Piemonte, Lombardia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Veneto, Marche e Basilicata. Tuttavia, mentre si sta lavorando alla chiusura degli ultimi due ospedali psichiatrici giudiziari, alle porte delle Rems bussano già 219 persone in misura di sicurezza (150 provvisorie e 69 definitive). “Sono state decise, nella gran parte, dalla Magistratura di cognizione e rimangono in attesa di essere eseguite per mancanza di disponibilità nelle Rems – spiega Corleone nel testo -. Ribadisco la necessità di un intervento legislativo di chiarimento sulle misure di sicurezza provvisorie, la loro natura e la loro destinazione poiché ritengo che molte delle misure che prevedono il ricovero nelle Rems siano improprie rispetto a quanto previsto dalla legge 81”.

Il variegato mondo delle Rems. Tra le strutture attive, intanto non mancano differenze, nonostante la relazione riveli che “alcuni cornici di riferimento sono uguali o molto similari in tutte le strutture”. Disposizioni diverse attivate nelle strutture in questione dovute anche “al fatto che gli ospiti presenti nelle Rems possono avere gradi di pericolosità sociale assai diversificata”. Risulta, così, che tra le 26 Rems attive, “19 hanno un servizio di vigilanza privato, 5 ne sono sprovviste, 2 affidano il servizio ai dipendenti della Rems" si legge nella relazione. Differenze tra strutture sono state rilevate anche sulla possibilità di effettuare colloqui con familiari e persone esterne e solo in un regolamento sono specificate le modalità e i tempi per potere effettuare o ricevere telefonate. Non in tutti i regolamenti, inoltre, viene specificata la possibilità di aprire le porte al volontariato. Le differenze, infine, riguardano anche la disposizione dei pazienti nelle stanze delle Rems. “L’indicazione normativa prevede un’attenzione al processo di umanizzazione degli spazi di cura – spiega la relazione -. Tale indicazione è disattesa in alcune Rems data l’attuale affollamento dei pazienti nelle camere. L’obiettivo è quello di prevedere con opportuni interventi nel tempo più rapido possibile l’abolizione almeno delle stanze quadruple e triple anche con il rischio di diminuire la capienza”.

Il caso delle donne. Ad oggi non tutte le Rems attive hanno la possibilità di ospitare donne ed è questo il motivo per cui per loro il principio di territorialità “non viene quasi mai rispettato”, spiega la relazione. “Ci si trova costretti ad assegnarle alle poche strutture disponibili - aggiunge il testo - ma che spesso sono lontane dalla loro regione di provenienza. Sarebbe indispensabile, invece, che tutte le Rems fossero strutturate in modo da permettere l’eventuale presenza di donne al loro interno”. Sulle 541 presenze nelle Rems, le donne rappresentano quasi un decimo di tale numero: sono 52. Solo a Castiglione delle Stiviere, però, ne sono ospitate 26. Ed è proprio la struttura lombarda a dare ospitalità a 9 donne che non possono essere accolte nelle proprie regioni di provenienza, altre due sono nella Rems lucana di Pisticci. Il principio della territorialità, però, non riguarda solo le donne: secondo la relazione non viene rispettato per 51 pazienti su un totale di 541 persone ospitate complessivamente nelle Rems attive.

Senza fissa dimora. Al momento della stesura della relazione, nelle Rems ci sono ben 53 senza fissa dimora, di cui 43 stranieri e 10 italiani. Dei 43 stranieri, sono 35 gli extracomunitari, 28 le persone senza permesso di soggiorno, 5 quelle regolari che però al momento hanno un permesso di soggiorno scaduto. Uno di loro ha chiesto protezione internazionale. Solo uno di loro, infine, si è visto recapitare un provvedimento di espulsione una volta terminata la misura di sicurezza. “Pochissimi i casi in cui sono previsti progetti di reinserimento per le persone senza fissa dimora presenti nelle strutture – spiega Corleone nella relazione – al termine della misura di sicurezza. Nella maggior parte dei casi viene espresso l’auspicio che facciano rientro nel loro paese di origine”. Dei 53 senza fissa dimora, 30 sono le posizioni definitive, 23 quelle provvisorie, mentre c’è un ricorrente in Cassazione. “Entrare per un periodo di tempo più o meno lungo in una istituzione totale – aggiunge la relazione – comporta non poca stigmatizzazione e le prospettive di reinserimento sociale sono più difficili quanto più lungo è il periodo di permanenza al loro interno”. 

Monitorare gli sviluppi. Per Corleone, i sei mesi di cui parla la relazione sono “estremamente positivi perché si è messo in moto un processo di realizzazione di una riforma di grande valore civile, umano, culturale e politico”. Tuttavia, ci sono ancora delle cose da fare, come la predisposizione di un monitoraggio delle Rems sul territorio, attraverso l’istituzione di un organismo di monitoraggio e di indirizzo composto dai rappresentanti dei ministeri della Salute e della Giustizia, del Dap, delle Regioni, delle associazioni, del Coordinamento Rems, della Commissione mista del Csm. Si tratta, specifica la relazione di una “proposta che andrà precisata, nei suoi contorni, sul suo ruolo e sulla sua funzione”. Tra gli obiettivi da raggiungere in futuro anche la definizione dello status della Rems di Castiglione delle Stiviere, con l’obiettivo di limitare le presenze ai pazienti lombardi e di evitare la specializzazione dei nuovi sei moduli previsti di venti posti ciascuno, legati ai disturbi psichiatrici (psicotici, disturbi di personalità, schizofrenici) che al di là delle ragioni legate a un efficace intervento terapeutico, rischia di riproporre la logica del vecchio istituto manicomiale (civile e criminale)”.(ga)

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