8 luglio 2015 ore: 15:13
Società

Sposato con un italiano, rischia l’espulsione. "Situazione paradossale”

Il presidente del Cassero Lgbt center di Bologna Vincenzo Branà ricorda che esistono sentenze su casi analoghi a quello del fotografo argentino Roberto. "Ma purtroppo in Italia un diritto anche se acquisito va sempre rivendicato”. Del caso si sta interessando la Rete di avvocati Lenford
- Roberto Ruager in una foto di Luca Vanzella Roberto Ruager

Roberto Ruager

BOLOGNA – “La situazione è paradossale perché anche se l’Italia non celebra matrimoni tra persone dello stesso sesso, non può negare quelli avvenuti in altri Paesi”. Vincenzo Branà, presidente del Cassero Lgbt Center di Bologna, interviene sul caso di Roberto Ruager, fotografo argentino in Italia da 12 anni e sposato con un cittadino italiano, a cui è stato negato (per il momento in via ufficiosa) il permesso di soggiorno per motivi familiari, caso che ha fatto il giro della rete e dei social dove Roberto ha raccolto sostegno e solidarietà. “Non c’è nessuna battaglia da fare perché è già stata fatta, ci sono decine di migliaia di persone che hanno fatto richiesta di permesso per motivi familiari in casi come quello di Roberto e Luca, ci sono stati pronunciamenti del governo e sentenze di tribunali. È un caso ricorrente”, aggiunge Branà che, lo scorso 27 giugno, dal palco del Pride, aveva detto che “in Italia, se vuoi far valere un diritto, anche se acquisito, devi avere un buon avvocato. È un dato culturale che va superato”. Il Cassero ha segnalato il caso di Roberto e Luca alla Rete Lenford, Avvocatura per i diritti Lgbti. “Ciò che è successo è vessatorio e umiliante per le persone Lgbt – continua Branà che ricorda che Roberto e Luca sono una delle coppie che nel 2014 avevano fatto richiesta di trascrizione del matrimonio al Comune di Bologna e che poi se la sono vista annullare dal Prefetto – Dato che il diniego ufficiale non c’è ancora, tentiamo innanzitutto di evitare che arrivi”. 

Roberto Ruager. Foto di Luca Vanzella
Roberto Ruager

“All’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone nei tempi, nei modi e nei limiti di legge, il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”. Lo ha scritto la Corte Costituzionale nella sentenza 138 del 2010. Ed è proprio a questa sentenza che ha fatto riferimento il Tribunale di Reggio Emilia nel febbraio del 2012 quando ha riconosciuto il diritto al ricongiungimento familiare per un cittadino uruguayano sposato con un italiano, anche senza la trascrizione dell’atto di matrimonio. Nel ricorso della coppia si ricordava anche la sentenza 1328 del 2011 della Corte di Cassazione secondo cui la nozione di ‘coniuge’ prevista dal decreto 30/2007 (con cui l’Italia ha recepito la direttiva europea sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e dei loro familiari) è determinata alla luce dell’ordinamento straniero in cui il matrimonio è stato contratto.

Nell’ottobre del 2012 un nuovo caso a Roma si è concluso con il rilascio da parte della Questura della carta di soggiorno al coniuge israeliano di un cittadino italiano. “Alla luce di queste sentenze, il caso di Roberto è ancora più spiacevole perché ci dice che un diritto, anche se acquisito, ha sempre bisogno di essere rivendicato – continua Branà – Particolarmente doloroso, poi, che sia accaduto a Bologna dove, a quanto pare, ci sono situazioni impermeabili al clima culturale e alla libertà di pensiero che ci fanno dire ‘Bologna città dei diritti, eccetto per…’. Cose come questa non accadono in città che non possono fregiarsi della stessa storia di Bologna in tema di diritti e dovrebbero allarmare non solo il funzionario che potrebbe aver commesso un errore, ma le parti politiche che, di questa città, hanno a cuore l’identità”. (lp) 

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