24 novembre 2015 ore: 16:06
Società

Stupri di guerra, la pagina più oscura (e oscurata) della violenza contro le donne

"Stupri di guerra e violenze di genere", scritto a più mani e edito da Ediesse, è uno studio approfondito su come il corpo delle donne continui a essere oggetto di brutale violenza dalla Palestina alla Birmania, dall’America Latina al Darfur
Stupri di guerra e violenze di genere

“La guerra vede i corpi, li usa e li abusa, la guerra infierisce sui corpi, perciò non basta ricordare in maniera generica la corporeità della guerra, quello che urge chiarire e riconoscere è che la guerra mette in gioco le identità sessuali e di genere, lo ha sempre fatto”. Lo afferma Valentina Muià, tra le autrici del libro "Stupri di guerra e violenze di genere" , a cura di Simona La Rocca ed edito da Ediesse: “La violenza maschile in guerra colpisce le donne, per questo ha senso chiedersi come si possono comprendere gli eventi bellici senza disporre ed indagare la dimensione sessuale che li fonda e li attraversa”.

Tra gli altri autori: Giusi Ambrosio, Pauline Aweto, Laura Fano Morrissey, Marcello Flores, Marina Forti, Francesca Romana Koch, Flavia Lattanzi, Nicolette Mandarano, Paolina Massidda, Arin Milano, Monica Musri, Patrizia Salierno.

Dai casi delle “mongolate” e delle “marocchinate” della Seconda Guerra Mondiale, fino ad arrivare al terrificante scenario di oggi, dalla Palestina alla Birmania, dall’America Latina al Darfur, osserviamo come la violenza sul corpo delle donne continui ad essere protagonista delle pagine più oscure (ed oscurate) della storia recente.

Il volume è uno studio accurato ed eterogeneo, ma anche un atto politico. Un testo in cui gli autori e le autrici danno conto di come sia nei conflitti armati, che nelle operazioni di peacekeeping, le violenze sessuali e gli stupri di massa restino ancora un’arma spietata utilizzata per annientare “il nemico” e la sua comunità di appartenenza.

Durante l’ultima aggressione militare contro Gaza sono apparsi manifesti raffiguranti l’immagine di una donna velata, distesa con le gambe nude, che recava la scritta “Gaza” sul petto. I manifesti incitavano all’assalto, ad una terra da sottomettere e alle sue donne da stuprare. L’esortazione era quella ad invadere il territorio assegnato, distruggere i villaggi e praticare gli stupri di massa: una delle modalità di Israele per rendere un luogo “terra madre ebraica”.

Nessuna legge, per quanto d’emergenza, può legittimare uno stupro commesso da un militare in servizio, proprio per questo le autorità militari negano che casi simili siano mai avvenuti, scrive Marina Forti, che dà conto del caso delle oltre  50  donne del Kashmir, violentate  nella notte del 23 Febbraio 1991 da decine di soldati dell’esercito indiano. Donne che per la prima volta hanno avuto il coraggio di definirsi non “vittime”, ma “sopravvissute”. Arin Milano e Ozlem Tanrikulu  rendono conto delle oltre  tremila donne curde ezide che sono state stuprate ed assassinate nel Kurdistan del sud  con le stesse modalità con cui  in Nigeria, solo nel corso dell’ultimo anno,  almeno 300 donne ed altrettante bambine e ragazze sono state rapite dal gruppo terroristico di Boko Aram. Sono solo tre esempi di come la banalità di male imperversi nell’epoca recente.

Gli  anni 90 si sono caratterizzati per l’avvento di nuove guerre e nuovi conflitti regionali, conflitti che si sono contraddistinti in larga misura da motivazioni etnico-nazional-religiose molto forti, e che hanno visto riproporsi il macabro schema della pratica della violenza sul corpo delle donne. Una violenza che si è manifestata sotto la forma degli stupri di massa ed  ha assunto le eclatanti dimensioni del genocidio.  Solo dopo le guerre nella ex Jugoslavia e la persecuzione dei tutsi in Rwanda, infatti, lo stupro di guerra è stato riconosciuto dallacomunità Internazionale come un crimine contro l’umanità. Ma la conoscenza, l’analisi e le tutele giuridiche non hanno messo ancora in crisi quella pratica che si perpetua da un conflitto all’altro, sia nelle azioni di guerra in quelle operazioni che vengono definite “di pace”.

Lo stupro e le violenze di genere sono arma di guerra ed “arma di pace” in un duplice senso. Come viene sottolineato nel testo da Annamaria Rivera prima di tutto, tutte le violenze sessiste, dallo stupro al femminicidio, sono un dato strutturale all’interno dell’ordine patriarcale; ma in secondo luogo emerge un altro dato:  il cosiddetto peacekeeping si caratterizza dalla sua esistenza per una ricorsività allarmante di atti violenze esercitati  a scapito della popolazione civile. Solo per citarne uno tra i più eclatanti, possiamo fare l’esempio del caso di “Ibis”, l’operazione condotta in Somalia in larga parte dai parà della Folgore nel 1992. In quella operazione i Caschi Blu si sono macchiati delle violenze più atroci perpetrate nei confronti delle donne somale, violenze che sono state riconosciute da varie commissioni governative, ma cancellate dagli atti dalla procura militare, lasciando  ampiamente impuniti gli esecutori.

“Se il Novecento è stato un’epoca di violenze e stermini di dimensioni ed intensità immani, è anche vero che essi – scrive la stessa autrice – sono stati resi possibili dalla razionalità tecnologica e burocratica europea, dallo sviluppo della scienza e della tecnica: ragion per cui niente ce ne garantisce l’irripetibilità”.

“Dopo l’immensa voragine che si è aperta a seguito degli attentati di Parigi, in cui le legislazioni sono volte a modificare lo stato di diritto,  si ripete lo stesso schema che abbiamo visto affermarsi a seguito dei fatti dell’undici settembre” – ha sottolineato la Rivera in occasione della presentazione del volume svoltasi lo scorso venerdì alla Casa internazionale delle donne di Roma – “In questo scenario, dobbiamo guardarci da ogni forma di etnicismo e di culturalismo. Ogni volta che c’è una guerra, sistematicamente gli eserciti si fanno complici degli stupri di massa, e il nostro compito è quello di riconoscere che si tratta di un fenomeno trasversale alle società e alle culture. Per questa ragione è necessario riformulare il concetto di “patriarcato”, poiché anche società apparentemente non patriarcali sono capaci di produrre quest’orrore”.

È la propensione a reificare l’altro riducendolo ad oggetto, a cosa disponibile-per-sé ciò che accomuna i razzismi più atroci. Per questo è importante tirar fuori queste violenze dall’oblio della nostra storia, riconoscendo gli aspetti sistemici della banalità di un male che si ripropone, in guerra e in pace. (Marta Menghi)