25 novembre 2020 ore: 12:49
Società

Violenza sulle donne, “dalla paura alla speranza”: una storia di riscatto

La coordinatrice della struttura di accoglienza femminile “Casa Sagrini” di Fermo Laura Censi ha raccolto la storia di R.R. che è riuscita a separarsi dal marito violento e a ricostruire una vita autonoma per sé e per i suoi figli
Violenza donne, pari opportunità, cultura (Donna in penombra legge)

La violenza sulle donne ha assunto sempre più i contorni di una piaga senza confini che interessa da vicino anche il territorio fermano. Qui all’interno della rete provinciale per prevenire e combattere questo fenomeno è presente la Fondazione Sagrini di Fermo, che opera con servizi rivolti sia a donne in stato di gravidanza o con figli minori che si trovano in situazione di grave disagio socio-economico, sia a vittime di violenza che necessitano di protezione e sostegno. Ne sono un esempio la “Casa di Accoglienza per Gestanti e Mamme con Bambini”, struttura residenziale attiva dal 2009 che può ospitare fino a 5 nuclei italiani o stranieri anche minorenni, e la Casa di accoglienza femminile “Casa Sagrini” attiva dal 1997 per donne in situazione di disagio socio-economico. Entrambe le realtà collaborano con la Magistratura Minorile e Ordinaria, con i Servizi Sociali territoriali per mettere a punto per ogni ospite un progetto che ne favorisca l’autonomia e il rientro in una situazione di normalità. Nella “Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne” la coordinatrice Laura Censi ha raccolto alcune storie per raccontare da vicino la dimensione di un’accoglienza così delicata.

La prima è quella di R.R., arrivata in Italia giovanissima in stato di gravidanza e i cui problemi coniugali sono iniziati dopo la nascita del primo figlio. Il marito manifestava sintomi riferibili a uno scompenso psicotico grave con manifestazioni aggressive e minacce alla vita della moglie e del figlioletto sempre violenti e frequenti. Nei tre anni di convivenza, unitamente al clima violento con cui la signora e il figlio hanno dovuto convivere quotidianamente, R.R. ha affrontato  diverse  interruzioni di gravidanza frutto di continue violenze. Poi, dopo una lite particolarmente violenta il nucleo è stato collocato in comunità. “Inizialmente – racconta la coordinatrice di “Casa Sagrini” – la donna non riusciva a comunicare in quanto non capiva la lingua italiana e parlava un inglese scolastico. In una cultura che poco le apparteneva giorno dopo giorno ha cercato di ricostruire la sua identità. Dopo un primo anno vissuto in comunità ha maturato l'ipotesi che con la nascita della seconda figlia potesse dare una nuova opportunità al padre dei suoi bambini, quindi sono stati avviati incontri protetti e sostegno per il papà per progettare poi un eventuale rientro a casa”. Il lento avvicinamento della donna verso una situazione di normalità è passato per step graduali di autonomia, come la frequentazione della scuola e il conseguimento della licenza media: “E’ stata inserita anche lavorativamente come domestica” – racconta Laura Censi, “ciò le ha permesso di trovare una propria autonomia economica e personale. Nel contempo aveva maturato l'ipotesi di un rientro in casa in quanto il marito aveva intrapreso un percorso di sostegno. Dopo una serie di incontri protetti tra R.R, marito e figli è stato ipotizzato un graduale rientro nel weekend a casa, da svolgersi inizialmente in solitudine. Felice di rientrare presso la propria abitazione con un bagaglio di esperienze diverse e una consapevolezza maggiore delle proprie capacità, ha iniziato il suo graduale rientro”.

Questo fino a un sabato pomeriggio che è stato lo spartiacque della sua vita. “Mentre era a casa il marito ha nuovamente tentato di strangolarla, lei è riuscita a scappare gettandosi in una scarpata per poi chiamare le operatrici della comunità che sono andate subito in suo soccorso e l’hanno riportata in struttura. Da quel giorno R.R. ha iniziato un nuovo percorso con la consapevolezza di essere "sola "con i suoi figli, avendo l’appoggio della struttura ma con un futuro da progettare in totale autonomia. È riuscita ad avviare la separazione dal marito, prendere la patente, aprire un libretto di risparmio ed essere totalmente autonoma. Una donna con due bambini senza rete parentale nel territorio nonostante fosse ben inserita lavorativamente e socialmente, a distanza di due anni ha scelto di portare i suoi figli nel paese di origine, pagare loro un collegio grazie al suo lavoro in Italia con la piena speranza di ricongiungersi un giorno a loro”. Una storia di riscatto e coraggio ancora tutta da scrivere che può essere da esempio per molte donne.

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