19 maggio 2016 ore: 17:27
Non profit

Volontariato, "in Italia è vivo e ha gemme inedite rispetto al passato"

Trasversali, non affezionati alle formalità, ma capaci di coinvolgere persone nuove. Le nuove forme di volontariato raccontate oggi durante il convegno sul Volontariato postmoderno. Le esperienze del Baobab e di Retake Roma. Tabò (Csvnet): “Serve uno slancio. Stipulare o consolidare alleanze nuove”
Csvnet tabò incontro
L'intervento di Tabò al Convegno di Roma sul "Volontariato postmoderno"
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ROMA – “La pianta del volontariato italiano è viva. C’è linfa e ci sono radici, ma anche molte ramificazioni e gemme inedite rispetto al passato”. Ne è convinto Stefano Tabò, presidente di Csvnet, il coordinamento nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato intervenendo in chiusura del convegno sul “Volontariato postmoderno” tenutosi oggi a Roma in cui sono stati presentati e analizzati i dati del volontariato impegnato durante Expo 2015 a Milano. Un confronto da cui è emerso un volontariato nuovo nelle forme e capace di coinvolgere chi non ha mai fatto esperienze di questo tipo. Come testimoniato  dalle storie dei volontari del Baobab, il centro di accoglienza di migranti nato dal basso della capitale, e da Retake Roma, un’innovativa iniziativa di sensibilizzazione sul tema del decoro urbano.

Da Tabò un richiamo al coraggio alla vigilia della riforma del terzo settore. “La prossima settimana la Camera analizzerà il testo uscito dal Senato e tutto ci dice che si aprirà la fase dei decreti – ha affermato -. È una nuova pagina che non dimentica ciò che è stato, ma che pone alcune condizioni anche per i centri di servizio, dove in maniera chiara il testo aggancia la loro presenza, il mandato e la prospettiva alla promozione del volontariato”. Per Tabò, occorre essere “disposti al cambiamento, ma anche adottare azioni, modalità e strumenti nuovi rispetto a quello che viene dal nostro passato. Il che significa stipulare o consolidare alleanze inedite”. La speranza, ha aggiunto Tabò, è che la nuova pagina che la riforma andrà a scrivere “spazzi via quei fardelli di stampo medievale che hanno appesantito la gestione dei centri di servizio in questi primi vent’anni. C’è la necessità di uno slancio e il testo di riforma guarda con fiducia a questa nuova fase purché superi una normativa fatta quando tutto era sperimentale, quando si dubitava che questo mondo così frammentato e diverso potesse gestire in maniera unitaria un progetto di questo genere”. 

Che serva “slancio” lo hanno dimostrato anche due delle esperienze raccontate oggi che parlano di un volontariato non affezionato a gerarchie e formalità, ma capace di coinvolgere persone nuove. Come nel caso del Baobab, il centro d’accoglienza dal basso per transitanti di via Cupa a Roma. “Si è trattato di una mobilitazione non tradizionale – ha spiegato Loredana Spedicato, volontaria di Baobab Experience Roma -. Una mobilitazione spontanea, intergenerazionale, trasversale dal punto di vista delle idee politiche e credenze religiose. Non si poteva essere inerti davanti a quello che stava succedendo. L’istinto primordiale a fare volontariato nel Baobab è stato quello della donazione e probabilmente anche di un lavaggio di coscienza nei confronti di quello che stava accadendo nel cuore dell’Europa”.  Un “istinto” che ha spinto molte persone a rimboccarsi le maniche, senza una vera e propria struttura organizzativa alle spalle. “Siamo nati come volontariato totalmente fluido e ci siamo strutturati all’interno degli spazi. Un’area si occupava del vestiario. Un’altra di kit di arrivo e partenza dei migranti. Poi c’era la cucina. Abbiamo pensato prima ai bisogni primari”. Un volontariato che, però, “non può prescindere dalla competenza”, ha spiegato Spedicato -. “E questa ancora ci manca tantissimo e proprio per questo abbiamo creato una rete di formazione grazie ad associazioni e Ong che ci sono state vicine”. Non scontato, infine, il cammino verso la costituzione dell’attuale associazione, anche dopo lo sgombero del centro. Un passaggio avvenuto “paradossalmente contro il volere della maggior parte dei volontari– ha aggiunto Spedicato -. Ci siamo resi conto che l’assenza di una gerarchia e di una struttura formale era un punto di forza. Nel momento in cui ci si formalizza si abdica in qualche modo ad una parte della spontaneità della mobilitazione”. 

Tuttavia, quando ci si trova a doversi confrontare con le istituzioni, con altri soggetti pubblici o privati, i passaggi formali spesso diventano necessari. Come raccontato da Simone Vellucci, presidente di Retake Roma, un progetto nato nella capitale e ormai diffuso in altre 10 città italiane che solo a Roma conta già 70 gruppi di quartiere per promuovere il contrasto del degrado urbano. “L’associazione ci ha permesso da una parte di rafforzare la nostra interlocuzione con i soggetti privati e dall’altra parte l’interazione con le istituzioni”,  ha spiegato Vellucci. Ma l’elemento di forza di Retake è ancora una volta la capacità di intercettare persone nuove. “La maggior parte dei volontari raramente ha avuto esperienze precedenti all’interno del mondo del volontariato – ha raccontato Vellucci -. Questo è un tema che intercetta sensibilità diverse da quelle che il volontariato classico ha finora intercettato. Partecipano persone che hanno trovato dentro Retake la prima forma di partecipazione civica attiva”.

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