19 maggio 2016 ore: 12:11
Non profit

Volontariato informale, Ambrosini: "Sbagliato contrapporlo a quello tradizionale"

Mettersi alla prova, diventare cittadini attivi, fare curriculum. Ecco perché si diventa volontari a eventi come Expo. Secondo il sociologo Maurizio Ambrosini è “una forma non convenzionale di volontariato che apre la riflessione verso nuove prospettive di impegno sociale”
Volontariato, persone esultano nel tramonto

ROMA - Passare dal ruolo di ‘fruitori’ a quello di ‘co-protagonisti’. Ecco cosa significa partecipare come volontari a un grande evento come Expo Milano 2015, ma anche a iniziative meno imponenti come il Festivaletteratura di Mantova che da 20 anni ‘arruola’ le magliette blu per coadiuvare l’organizzazione dell’evento, o il Festival del giornalismo di Perugia che ha volontari che si occupano di seguire gli incontri e documentarli con foto, articoli, post sui social. È il volontariato informale che attrae sempre più giovani. I motivi? “Mettersi alla prova in ruoli diversi da quelli abituali, assumere un ruolo di cittadini attivi, contribuire al successo di un appuntamento che dà lustro alla loro città”, spiega Maurizio Ambrosini. E poi il contributo è ‘a tempo’: ha un inizio e una fine fissati sul calendario e non ha altre incombenze sulla vita dei partecipanti. Ci sono però anche altre dimensioni, come evidenziato nelle motivazioni dichiarate dai 2.376 volontari (circa il 48 per cento di quelli che hanno prestato servizio all’interno del Programma Volontari per Expo e Volontari per il Padiglione dell’Unione europea a Expo) coinvolti nella ricerca realizzata da un’equipe di docenti e ricercatori del Seminario permanente di studi sul volontariato e dell’Università degli studi di Milano per contro di Csvnet e Ciessevi. “Per i giovani un’esperienza come Expo può aver offerto un’occasione per uscire dalla socialità ristretta dei propri circuiti amicali e famigliari, misurandosi forse per la prima volta con un mondo adulto diverso da quello della scuola e della famiglia – continua Ambrosini – Può essere stata un’occasione per mettere alla prova e sviluppare determinate competenze, come le conoscenze linguistiche, può aver costituito una tappa che fa curriculum, contribuendo alla professionalizzazione”. Per gli stranieri è stata un’occasione per viaggiare, incontrare altri giovani e conoscere il mondo, per gli adulti altre motivazioni erano la curiosità, l’apertura a nuove esperienze, il servizio alla città.

Ma in cosa si distingue il volontariato informale da quello tradizionale? Quest’ultimo ha caratteri strutturati e costante, impegna a cadenza fissa ed è mediato da associazioni che richiedono un’adesione organizzativa, sviluppano attività di socializzazione, sensibilizzazione e formazione, propongono un’identificazione dei partecipanti con l’associazione, con i suoi obiettivi, la sua visione e il suo approccio ai temi di cui si occupa. Il volontariato informale – che Ambrosini definisce ‘post-moderno’ nella misura in cui quello tradizionale può essere definito ‘moderno’ – invece prescinde dalla mediazione delle associazioni e privilegia la flessibilità e la scelta personale spesso riferita a singoli eventi: è più congeniale a individui con molteplici interessi, svariati impegni e riluttanza ad assumere decisioni troppo vincolanti per quanto riguarda sia l’identificazione con un soggetto collettivo, sia l’impiego del proprio tempo. “È un volontariato poco incline a dedicare energie alle incombenze e alle dinamiche associative, ma sospinto dal desiderio che ogni ora spesa sia effettivamente rivolta a obiettivi di servizio verso la collettività”, continua Ambrosini.

Lo schema però non è così lineare e la ricerca su Expo lo ha dimostrato. Molti dei volontari intervistati sono impegnati anche in forme di volontariato più tradizionale, altri lo sono stati in passato, altri ancora hanno dichiarato l’interesse a farlo in futuro. Si può dire quindi che questi nuovi volontariati permettono lo sviluppo della cittadinanza attiva e della solidarietà sociale? “Si può notare che forme di volontariato situazionali, a basso coinvolgimento organizzativo, possono rappresentare la porta d’ingresso verso forme di volontariato più complesse e strutturate – prosegue Ambrosini – Sono un’occasione di incontro con determinati bisogni e un modo per entrare in contatto con organizzazioni che se ne occupano in maniera competente. Non ha quindi senso contrapporre il volontariato informale e quello organizzato perché l’uno può evolvere nell’altro, così come pratiche di volontariato continuative possono accompagnarsi alla partecipazione occasionale ad altre forme di cittadinanza attiva o di servizio verso la società”. Insomma, secondo Ambrosini la partecipazione a eventi costituisce comunque una ‘finestra sul mondo’, un’opportunità di sensibilizzazione, di socialità, di scoperta di altri ambienti e nuovi significati.

E le associazioni? Ambrosini afferma che ci sono aspetti per cui il loro ruolo è ineludibile. “Le associazioni non solo rendono dei servizi a persone o cause meritevoli, ma rappresentano bisogni e istanze sociali presso i decisori politici, i mass media e l’opinione pubblica – spiega – Sono protagoniste delle azioni di lobby a favore di soggetti e questioni che altrimenti stenterebbero a trovare canali di rappresentanza e ascolto nello spazio pubblico”. In più, nei confronti dei partecipanti svolgono anche formazione e accompagnamento, li educano a conoscere i problemi di cui si occupano e suggeriscono pratiche sperimentate per affrontarli, “mentre il volontariato informale corre il rischio di una costruzione soggettivistica tanto dei bisogni quanto delle modalità di risposta”. Insomma, le associazioni di volontariato sono attori fondamentali in una società civile, dinamica, capace di produrre innovazione sociale.

Una domanda però che Ambrosini si pone riguarda il modo in cui il volontariato non convenzionali di impegno sociale interpella quello organizzato. “Una contrapposizione sarebbe fuorviante, al contrario si tratta di cogliere gli elementi di comunanza e continuità – afferma – Per le associazioni, il volontariato informale può essere un’opportunità di allargamento del pubblico e della base sociale. Pensiamo ad esempio all’impatto culturale di manifestazioni come ‘volontari per un giorno’ o giornate aziendali presso mense dei poveri o dormitori, che non risolvono i problemi sociali ma rompono il diaframma tra minoranze impegnate e maggioranze indifferenti, diffondono consapevolezza e apertura tra chi era estraneo a questi problemi. Il volontariato a Expo apre la riflessione verso nuove prospettive di impegno sociale – conclude – Non è stata una manifestazione fine a se stessa ma un crocevia di incontro con il futuro”.

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