12 novembre 2020 ore: 10:36
Società

"Non è un destino", la contro-favola che smonta gli stereotipi della violenza sulle donne

In uscita per la collana Rosso e Nero di Donzelli editore il libro di Lella Palladino ribalta la "favola" su cui si basa il racconto della violenza maschile contro le donne e abbatte uno ad uno gli stereotipi di una narrazione mediatica tutta da riscrivere
In una favola costellata di orchi, sul finale le principesse vengono sempre salvate dai principi e realizzano se stesse in quel 'e vissero felici e contenti' d'infantile memoria che nulla lascia all'immaginazione di un destino diverso dall'amore romantico in cui tutto si compie. In 'Non è un destino. La violenza maschile contro le donne oltre gli stereotipi', in uscita nelle librerie oggi per la collana Rosso e Nero di Donzelli editore con la prefazione della presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio Valeria Valente, la sociologa e femminista, già presidente di D.i.Re-Donne in Rete contro la Violenza, Lella Palladino ribalta la 'favola' su cui si basa il racconto della violenza maschile contro le donne e abbatte uno ad uno gli stereotipi di una narrazione mediatica tutta da riscrivere.

"La scelta è di stare sulla metafora della favola per sottolineare quanto certe istanze culturali siano profondamente radicate dentro di noi fin dall'infanzia- spiega all'Agenzia di stampa Dire Palladino, autrice del libro e fondatrice nel 1999 della Cooperativa sociale E.V.A. che in Campania gestisce cinque centri antiviolenza (Cav) e tre case rifugio- Questo destino ineluttabile delle donne di incastrarsi in relazioni violente è un modo comodo di vedere la violenza maschile perché cancella il legame con la mancanza di potere e la discriminazione persistente delle donne che sono alla base della violenza".

Nella contro-favola di Palladino, raccontata con occhi, testa e cuore di chi da oltre trent'anni combatte la violenza di genere sul campo, infatti capita che gli orchi, uomini e padri che abusano di mogli, compagne e figlie bambine, non siano sempre vecchi, brutti e ripugnanti, ma assumano le sembianze di "un principe mediterraneo", come è successo a Vittoria. Capita che i principi, spesso dopo anni, gettino la maschera di compagni e padri amorevoli rivelando la propria natura violenta di fronte a donne consapevoli ed emancipate, come Paola. Soprattutto, capita che le principesse si salvino, prima da sole, sopravvivendo alla violenza, poi insieme ad altre donne nei centri antiviolenza, con le relazioni e con la fiducia ritrovate, ad esempio, nei percorsi lavorativi protetti de 'Le Ghiottonerie di Casa Lorena', l'impresa nata nel 2012 nella casa rifugio gestita dalla Cooperativa E.V.A. a Casal Di Principe.

È il caso di Rosaria. Ma anche di Lia, Caterina, Francesca, Sonia, Tina, Angela e di tutte le altre protagoniste della contro-favola 'Non è un destino', donne che, spesso fin da giovanissime, hanno subito abusi sessuali, violenze psicologiche e fisiche tra le mura di casa, ma sono riuscite a ribaltarne il finale, riscrivendo la storia della propria vita e costruendo un futuro diverso per loro stesse e i propri figli. Il primo stereotipo da abbattere dunque è che si tratti di "donne fragili, incapaci e inadeguate. Questo è ciò che loro sentono- sottolinea Palladino- noi cerchiamo di spostare l'attenzione sul fatto che sono delle sopravvissute, non delle vittime, dicendo che sono state brave a resistere e a crescere dei figli in quella situazione per spostare la percezione che hanno di loro stesse. Questo è il primo strumento per uscire dalla violenza".

Lo stereotipo della donna fragile, con pochi mezzi, risponde, infatti, a un altro cliché' difficile da decostruire che vuole la violenza di genere estranea ai contesti medio-alti. "Invece io racconto la storia di Paola, una donna brillante, capace, laureata, che viene massacrata psicologicamente dal marito. Noi dobbiamo raccontare anche questo altrimenti non riusciamo ad andare oltre lo stereotipo delle donne povere con la terza media che si rivolgono ai Servizi Sociali, che pure incontriamo spesso. Far leva sulla forza delle donne è fondamentale perché i giornali raccontano solo la parte negativa, la morte, i femminicidi. Quello che dobbiamo raccontare è che queste donne ce l'hanno fatta e che altre ce la possono fare perché non è un destino restare in una relazione violenta".

Da parte dei media, osserva la sociologa, "c'è un riconoscimento della violenza maschile, ma non si fa il passo successivo per vedere da cosa è generata". Il linguaggio giornalistico fa proprie parole come 'femminicidio' "svuotandole di senso, perché poi non racconta il fenomeno per quello che è: l'espressione di un potere maschile che vuole mantenere la subordinazione delle donne". Lo descrive, quindi, come "raptus improvviso" di un "uomo in difficoltà", "troppo innamorato", un "gigante buono", stereotipi che, avverte la sociologa, "portano avanti l'idea che c'è un pezzetto di umanità maschile malata e in difficoltà, che di fronte all'assertività femminile reagisce con la violenza".

Invece, occorre raccontare quella "catena vincente" di donne vere che ce l'hanno fatta, stilizzata sulla copertina del libro, non indugiando sui particolari della violenza ma puntando il faro sul lavoro dei centri antiviolenza basato sull'empowerment, sulla forza del gruppo e dell'equipe, sul potere al femminile. È l'obiettivo di questo libro "che vuole aprire alla speranza- confessa Palladino- e arrivare, con un forte intento divulgativo, dov'è difficile arrivare, rivolgendosi a tutte le donne. Per vincere la violenza dobbiamo proporci come sguardo diverso, strutturare alleanze forti tra donne, anche con il mondo della comunicazione", conclude la sociologa che lancia un appello: "Non dobbiamo cadere nell'autoreferenzialità, bisogna cercare di restare insieme, unite". Proprio come in quella "catena vincente". (DIRE)