19 settembre 2020 ore: 12:00
Disabilità

Il sogno di produrre musica, "nuova fonte di lavoro" per chi non vede

di Teresa Valiani
Stefano Scala, musicista e produttore non vedente, apre la sua casa e racconta come si fa ad ‘addomesticare’ la tecnologia per renderla accessibile: “Siamo davanti a una nuova professione molto più vicina a noi di quanto si possa pensare”

GENOVA - Tutto intorno alla sua seggiola girevole ci sono pareti tappezzate di mixer, tastiere, sintetizzatori, casse acustiche e strumenti. Come in ogni studio di registrazione che si rispetti, qui tutto parla di musica e di passione. Stefano Scala, musicista, fonico, programmatore e sviluppatore “per esigenze personali”, una vita trascorsa sui manuali per ‘addomesticare’ la tecnologia più avanzata e renderla accessibile, apre la sua casa, trasformata in uno studio, per raccontare come fa, una persona che non vede, a diventare produttore musicale.

Classe 1966, a 15 anni Stefano si appassiona di musica e di elettronica, lavora nelle radio e si iscrive al conservatorio. A 18 anni apre il primo studio di registrazione con due soci e a 20 ne apre uno proprio, quello attuale, che nel tempo non ha mai smesso di evolversi. Stefano studia programmazione a Bologna, lavora per una serie di gruppi musicali e suona il piano in giro per l’Italia, fino a che inizia a programmare “per poter fare il mio lavoro” dedicandosi ai software con sintesi vocale e a tutti i prodotti informatici che possono consentire alle persone che non vedono di accedere a un mondo “che sembra tanto distante ma che in realtà è molto più vicino a noi di quanto sembri”.

Come sono stati gli inizi?
Era tutto molto più difficile. Quando avevo 19 anni la mia ragazzina mi accompagnava a comprare per esempio la batteria elettronica o il sintetizzatore: io arrivavo a casa, lei mi leggeva tutto quello che c’era scritto sui tasti, io lo riportavo in Braille e stavo le notti intere a provare, senza poter sapere se, mentre schiacciavo un tasto, la macchina faceva quello che volevo. Lei tornava al mattino e io ero sempre lì: avevo imparato a memoria tutto quello che serviva. Racconto queste cose non per dimostrare che so fare chissà cosa, ma per far capire ai giovani che qui c’è un lavoro, che questa può essere una professione. Certo, bisogna essere capaci, avere talento e non stancarsi mai di studiare e di aggiornarsi.

A metà degli anni ’90 il computer irrompe nel panorama musicale e si apre un mondo...
Ho dovuto imparare a programmare per una esigenza di lavoro perché quando ho iniziato io non c’erano sintesi vocali, né Windows, non c’era niente. Allora ho iniziato a studiare e a costruirmi tutto. Cosa che faccio ancora oggi, tanto che, grazie anche a un amico programmatore, abbiamo sviluppato un software che mi permette di utilizzare il 90 per cento di quello che c’è in commercio.

Come è possibile gestire in autonomia uno studio come il suo?
Occorre avere una buona conoscenza informatica, una conoscenza profonda degli screen reader (lettori di schermo) e del sistema operativo: cioè saper utilizzare il computer come lo utilizza un vedente. Dopo di che si inizia a studiare un software che possa permetterci questo tipo di lavoro. Oggi il software più accessibile e innovativo è Reaper, in aggiunta a Osara che è un sistema di accessibilità gratuito messo a disposizione dei non vedenti. Poi, con i sintetizzatori virtuali o reali e tutta la componentistica propria di uno studio di registrazione, si può intraprendere, in anni di profondo impegno, questa attività che può portare a grandi risultati. Ovviamente si devono avere anche conoscenze musicali. La cosa importante da capire è che ci troviamo davanti a una nuova fonte di lavoro, a una professione nella quale siamo molto più facilitati rispetto ad altri settori.

Il momento più bello della sua carriera?
Ci sono stati molti momenti belli: ho avuto la possibilità di lavorare in Rai come arrangiatore, di comporre colonne sonore per pubblicità, radio private, manifestazioni importanti e molti gruppi emergenti, ho fatto un disco per la PolyGram. Ho fatto tantissime cose ma i momenti più belli sono quelli nei quali tu riesci a utilizzare una cosa che ti sembrava impossibile fino al giorno prima e che da dominio di tutti diventa dominio anche tuo.

Collaboratore assiduo degli “Accessibility Days”, il più grande evento italiano sull’accessibilità e l’inclusività digitale, nell’edizione 2020 Stefano Scala “ha tenuto una lezione sulla produzione musicale – spiega Sauro Cesaretti, dell’Uici di Ancona, tra gli autori degli Accessibility Days - e ha vinto il secondo premio all’Hackathon Accessibility presentando il primo analizzatore di spettro accessibile, uno strumento indispensabile nella produzione musicale”. “Vorrei dire ai giovani non vedenti che per noi è quasi tutto possibile – conclude il produttore -, ma bisogna essere competitivi, è necessario studiare e imparare molto per far sì che ciò che ci può mancare venga assorbito totalmente da ciò che abbiamo. Mi è piaciuto molto lo slogan coniato quest’anno per gli Accessibility Days. Diceva: I sogni sono una traccia audio in stop. Sta a voi premere play”.

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