29 novembre 2020 ore: 10:00
Disabilità

Storia di una fotografa intrepida e della sua misteriosa malattia

di Antonella Patete
S’intitolano “Margaret Bourke-White. Prima, donna”, la mostra di fotografia in programma fino al 14 febbraio al Palazzo Reale di Milano (covid permettendo) e l’omonimo volume edito da ContrastoBooks. Nel 1952 la diagnosi di Parkinson. Articolo pubblicato sulla rivista SuperAbile Inail

ROMA - Cappello, gonna, guanti e panno della macchina fotografica in tinta, Margaret Bourke-White è stata un’icona di stile e, soprattutto, una grande fotografa, capace di distinguersi in un campo, all’epoca, quasi totalmente precluso alle donne. Nata a New York all’inizio del secolo scorso, si fa presto conoscere come intrepida fotografa industriale, in grado di affrontare il fuoco degli altiforni e le altezze, che ama, per catturare audaci e sorprendenti scatti. S’intitola “Margaret Bourke-White. Prima, donna”, la mostra a lei dedicata in programma fino al 14 febbraio al Palazzo Reale di Milano (Covid permettendo). Curata da Alessandra Mauro, l’esposizione è promossa da Comune di Milano|Cultura, Palazzo Reale e agenzia Contrasto, in collaborazione con Life Picture Collection. All’interno una selezione inedita delle immagini più iconiche realizzate nel corso della lunga carriera di Bourke White, una delle figure più emblematiche e rappresentative del fotogiornalismo internazionale. La mostra è accompagnata da un omonimo volume (ContrastoBooks) che, attraverso undici capitoli corrispondenti alle sezioni dell’esposizione, ripercorre le tappe fondamentali della vita di Margaret Bourke White. Le fotografie sono commentate dalla voce dell’autrice, che arricchisce in prima persona la storia di ogni scatto.

A metà degli anni Trenta, desiderosa di raccontare gli effetti della Grande depressione che sta devastando il Paese, Margaret decide di percorrere il Sud degli Stati Uniti segnato dalla siccità. Successivamente prende parte alla nascita di “Life”, la più importante rivista fotografica del tempo, di cui nel 1936 firma la prima copertina. Negli anni Quaranta, con l’uniforme di corrispondente di guerra disegnata appositamente per lei, fotografa le operazioni in Africa e trascorre alcuni mesi sul fronte italiano. Nell’aprile 1945 entra nel campo di Buchenwald liberato e, una volta terminata la guerra, è in India, in Sud Africa, in Corea. La sfida più dura è, però, quella che, a partire dal 1952, la vede alle prese con il Parkinson, che definisce "la mia misteriosa malattia".

"La mia misteriosa malattia cominciò in modo così sommesso che mai avrei immaginato ci potesse essere qualcosa che non andava", scrive Margaret nell’autobiografia che, nel 1963, sarà pubblicata con il titolo “Portrait of Myself”. "Non avevo niente, a parte un leggero dolore alla gamba sinistra quando salivo le scale. Anzi, non lo definirei dolore, semmai un fastidio: la mia gamba sinistra non partecipava come avrebbe dovuto all’impresa di far camminare un fotografo sulle proprie gambe". All’inizio i medici non le rivelano il nome della malattia che le impedisce di fare la vita di sempre, perché l’incontro fortuito con un paziente in fase avanzata potrebbe scoraggiarla. Le suggeriscono, invece, una serie di esercizi sfiancanti a cui lei, dopo una iniziale riluttanza, si sottopone con strenua determinazione. Non vuole rinunciare al suo lavoro ed è decisa a portare a termine l’autobiografia che sta scrivendo.

"Mi piaceva essere ancora in grado di dormire per terra, e mi rassicurava continuare a lavorare in aereo, insieme alle pesanti e amatissime macchine da alta quota diventate ormai parte di me", prosegue. "Ma ogni passo era più faticoso del precedente e ogni nuovo anno che se ne andava, peggioravo un po’ di più". Mentre la malattia avanza, Margaret insiste con i suoi esercizi. È curiosa, volitiva, in grado di osservare se stessa con l’occhio attento che riserva ai suoi soggetti. E soprattutto non si lascia scoraggiare. "Spesso ho pensato con gratitudine che dovendo sostenere il peso di una difficoltà, ero stata fortunata perché almeno i miei sforzi potevano servire a qualcosa. È incredibile quante cose possa fare il corpo umano se solo insisti. Costretta a dedicare il mio tempo agli esercizi, ho scoperto la soddisfazione di misurare i piccoli miglioramenti e avere così, di nuovo, la sensazione di poter ancora controllare la mia vita – una consapevolezza per me fondamentale".

La voglia di non cedere alla malattia è talmente grande da indurla a sottoporsi a un’operazione chirurgica pionieristica che, per un certo periodo, le dà l’illusione di essere tornata quella di un tempo. È in questo frangente che decide di non sottrarsi all’obiettivo di Alfred Eisenstaedt, l’amico fotografo che, in un reportage per “Life”, racconta il risvolto intimo e umano di quell’esperienza. Entrambi sono, infatti, convinti che la storia di Margaret possa essere d’aiuto a tutte le persone che stanno combattendo la stessa battaglia. Dopo una lotta estenuante contro il Parkinson, la fotografa morirà nel 1971, all’età di 67 anni. Eppure, della sua misteriosa malattia ha lasciato un ricordo tutt’altro che buio, confortato dall’idea di essere nata nel momento giusto della storia: "Stranamente, se guardo indietro, quello non fu un brutto periodo". Di lei ci resta il ricordo di una donna che credeva nell’impegno, nella forza di volontà e nel progresso.

(L’articolo è tratto dal numero di novembre di SuperAbile INAIL, il mensile dell’Inail sui temi della disabilità)

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