9 agosto 2019 ore: 10:00
Disabilità

Ogni corpo è una storia (tutta da raccontare). Ne parla il libro “Stringimi piano”

Opera prima di Irene Faranda, 39 anni, archivista del Museo medievale di Bologna che, come la protagonista del libro, convive con l'osteogenesi imperfetta, nota come sindrome delle ossa di vetro

ROMA - Nemmeno il tempo di arrivare alla decima pagina e sei già nel suo corpo, imprigionato "sul cornicione di un grattacielo. Senza balaustre, ringhiere o parapetti a proteggerci dal vuoto". In quel libro nato "nel momento in cui, per la malattia, ho cominciato a perdere l’udito", sostenuto, dalla prima all’ultima riga, dalla convinzione che "le fragilità appartengono un po’ a tutti, a prescindere dal corpo con cui ci troviamo a vivere".

Stringimi piano è l’opera prima di Irene Faranda, 39 anni, archivista del Museo medievale di Bologna che, come la protagonista del libro, è affetta da osteogenesi imperfetta, nota come sindrome delle ossa di vetro. "Questo romanzo non è autobiografico", spiega l’autrice sulla rivista SuperAbile Inail, "Arianna ha la mia stessa malattia ma le nostre storie familiari e di vita sono diverse".

Un incidente, la clinica, giorni nuovi e l’amicizia con Leon che nasce tra la palestra, le camere di degenza e la riabilitazione. Poi una scoperta: il diario della madre, una lettura dentro la lettura, che si accavallano e si rincorrono. Velocità diverse, una diversa intimità, anni ed età differenti, la stessa intensità.

"Mi interessava capire se si possa elaborare la malattia senza ricorrere a traguardi eclatanti", sottolinea l’autrice. "Spesso i media raccontano storie di persone malate che vincono le Paralimpiadi, possiedono talenti eccezionali, diventano modelli da imitare. Io, invece, credo che l’elaborazione possa passare anche dal quotidiano, nell’accorgersi che non siamo i soli a essere fragili. Che non si è sempre il centro del mondo. Perdere l’udito mi ha fatto capire che la scrittura è un mezzo potentissimo di comunicazione, ma non solo: è uno strumento relazionale. Dapprincipio scrivevo alle persone che conoscevo, un modo per superare i problemi di comprensione orale con cui nel tempo ho dovuto fare i conti. Ma poi mi sono detta: perché non andare oltre, e provare a tessere una relazione con persone che non conosco? La narrativa mi è sembrata la strada per riuscirci".

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