6 giugno 2015 ore: 18:04
Disabilità

Trekking terapia, un percorso di cura per chi ha problemi psichiatrici

A basso costo e dalle grandi potenzialità. Sono i percorsi sperimentali, come la montagna terapia, per persone con problemi psichiatrici. Alessandro Coni: “Il trekking permette di riappropriarsi di sé, attraverso il contatto con il proprio corpo e l’incontro con altre persone”
Foto: Francesco Palomba
Sentieri di libertà 1

ROMA - Terapia, etimologicamente, vuol dire ‘essere al servizio’. Una comunità di persone che, con diverse professionalità, diverse sensibilità, diverse storie di vita, fanno terapia, danno una mano agli altri: è questa la concezione di Alessandro Coni, psichiatra della Asl 6 di Sanluri, nella provincia del Medio Campidano in Sardegna, per la libera comunità terapeutica. Di cosa si tratta? “È una rete di cui fanno parte gli psichiatri che vogliono fare volontariato, i familiari degli operatori, i cittadini, gli stessi amministrativi delle aziende sanitarie”, spiega Coni. Una psichiatria sovversiva, proprio letteralmente, perché vuol mettere sopra chi è sotto.

Perché il trekking può essere considerata una forma di terapia?
Il trekking, nella nostra esperienza, si è rivelato una forma efficace di trattamento delle patologie psichiatriche, perché si è dimostrato capace di ridurre la sintomatologia, ma soprattutto di promuovere lo sviluppo della personalità e incidere positivamente sulla qualità delle relazioni e della vita.
Che cos’è la “trekking terapia”?
È un percorso di cura e di guarigione che permette alle persone che si sono perse nella malattia di riappropriarsi di sé, attraverso il contatto con il proprio corpo e l’incontro con gli altri e di abitare nuovamente un mondo dal quale erano scivolati via a causa della malattia.
Quali sono i pro e i contro di questi percorsi terapeutici sperimentali?
Innanzitutto è una terapia efficace a basso costo, che permette di non dilapidare i soldi pubblici a favore di una sanità spesso “sprecona”. Soldi che potrebbero essere utilizzati per una scuola migliore nella quale potrebbero essere intercettate preventivamente le “future sofferenze”, per la costruzione di luoghi di aggregazione sociale e per laboratori culturali. Inoltre, può diventare uno strumento di crescita della comunità locale, di sensibilizzazione e di contrasto allo stigma. Le persone che hanno terminato il percorso, oggi sono impegnate in importanti progetti sociali. Alcuni di loro hanno scritto il libro “Non ci scusiamo per il disturbo” in cui raccontano la loro esperienza. I registi Alessandro Dardani e Mirco Giorgi hanno girato sull’esperienza un docu-film trasmesso da diverse tv e proiettato in diverse sale. Al momento un gruppo è impegnato nel progetto di prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole “A scuola di follia”. Un altro gruppo sta girando per le piazze con la band musicale Almamediterranea per presentare il progetto discografico e di psichiatria di comunità “Sentieri di libertà”. I contro sono state le difficoltà burocratiche e l’iniziale scetticismo che, ovviamente, suscita ogni nuova modalità operativa e soprattutto una, anche se non dichiarata ma evidente, differente visione del fare psichiatria.


-Libera comunità terapeutica”, che cos’è?
Il nostro “camminare” ha prodotto un “movimento” al quale diamo il nome di Libera comunità terapeutica. Questa è una comunità senza numero civico, senza accreditamento, senza burocrazia, della quale non si trova traccia in alcun documento e che poggia le sue fondamenta non in un luogo specifico ma in un sentire comune. In questa comunità non c’è una rigida divisione in ruoli e i curanti non sono solamente quanti in possesso di un titolo accademico, ma tutti coloro che hanno scoperto il senso dell’essere terapeuti così com’è nell’etimologia del termine, ossia “essere al servizio”. In quest’ottica, il trattamento della malattia mentale non consiste semplicemente nel ridurre il numero dei sintomi ma diventa un percorso di crescita personale, di ricerca di senso e di abbandono della solitudine che può avvenire solamente nella relazione e che presuppone una prospettiva comunitaria.
Guarenti’ è il termine che utilizzi per indicare le persone che hanno portato avanti questo sentiero di guarigione, vuoi raccontarci perché?
Per ‘guarenti’ s’intendono le persone che hanno attraversato un’esperienza di sofferenza riuscendo a dare un nuovo senso alla propria esistenza. E che in virtù di questa crescita, oggi, possono mettere a disposizione il loro bagaglio culturale ed esperienziale per aiutare gli altri.

Foto: Francesco Palomba
Sentieri di libertà 2

Puoi parlare dell’iniziativa “Sentieri di libertà” tenuto in Sardegna, in Ogliastra?
È un convegno nazionale itinerante di montagna-terapia che ha visto coinvolte oltre 400 persone, molte delle quali provenienti dal resto d’Italia. Persone con disturbi psichiatrici, esperti di montagna, operatori della salute mentale, volontari e abitanti delle comunità locali che hanno ospitato l’iniziativa. Il progetto è stato organizzato dal Centro Salute Mentale – Asl di Sanluri in collaborazione con i comuni di Ulassai, Osìni, Ussassai e Cardedu e con la Comunità Ippocrate di Uta, la comunità Betania di Guspini, la cooperativa Ctr di Cagliari e la comunità Fraternità di Brescia.
Secondo te gli psicofarmaci sono necessari? Qual è il modo giusto di utilizzarli?
I farmaci sono fondamentali nella cura di persone affette da disturbi psichiatrici, nell’attenuare la sintomatologia e spesso nel rendere la sofferenza più sopportabile ma non aiutano di certo a stimolare uno sviluppo della personalità né a ritrovare il senso della vita.
Se una persona volesse avvicinarsi a questo nuovo approccio terapeutico, sia per intraprenderlo come cura che per soddisfare il proprio interesse, cosa dovrebbe fare?
Dovrebbe cercare quei luoghi dove venga posto al centro dell’attenzione non la malattia ma l’individuo, che soddisfino il bisogno di essere accolti come persone con una sofferenza e non semplicemente come portatori di una malattia da cancellare. (Francesco Palomba)

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