3 febbraio 2014 ore: 11:27
Società

"Juta dei femminielli", gay e trans in pellegrinaggio al santuario mariano

La manifestazione si è svolta ieri a Montevergine (Avellino), in occasione della Candelora: la ricorrenza è da secoli festeggiata con la salita al monastero benedettino per ricordare il miracolo del salvataggio dal ghiaccio nel 1200 di due omosessuali. Tra i partecipanti Vladimir Luxuria
Candelora a Montevergine, dove le differenze non contano 2

ROMA - Dietro al muro di pullman parcheggiati si sentivano già fin dalla mattina risuonare le “tammorre”. C'era la neve per terra e il santuario di Montevergine (Avellino) era avvolto dalle nuvole, ma nel piazzale antistante gruppi di pellegrini hanno suonato e ballato per tutta la giornata. Sono arrivati ieri da tutta la Campania per la festa della Candelora, che nel culto mariano ricorda la presentazione di Gesù nel tempio e la purificazione della Madonna. A ogni angolo si vendevano candele votive, castagne e “triccheballacche”, strumenti musicali tradizionali.

 E' il giorno della juta dei femminielli, che vanno a rendere omaggio alla Madonna nera di Montevergine, detta amorevolmente “Mamma Schiavona” (proveniente dall'oriente), meta di pellegrinaggi festosi e colorati fin dai tempi di Guglielmo da Vercelli (poco dopo il 1100).

Nei turbinosi capannelli di tammurriate che si incrociano e si accavallano davanti al santuario hanno ballato insieme anziani e bambini, giovani con i dreadlocks e signori coi baffoni, coppie gay, trans e ragazze coi gonnelloni e le castagnole fra le mani. Qualcuno è salito a piedi fino ai quasi 1300 metri del santuario benedettino, molti più comodamente in torpedone.

La devozione dei femminielli -  che nella tradizione napoletana è un'identità di genere che va oltre la dualità dei sessi, sommandone alcune caratteristiche – è fatta risalire al miracolo che Mamma Schiavona fece, salvando dai ghiacci una coppia di omosessuali intorno al 1200, o anche al culto di Cibele, madre originaria, che si praticava su questa montagna in tempi antichissimi, o ancora, a una tradizione mediterranea che ha le sue radici nell'ambiguità, come la sirena partenopea. 

“E' un momento magico in cui si mescolano antico e moderno, culto e libertà, maschio e femmina – spiega Ciro Cascina, anima dell'Associazione femminelle antiche napoletane, che movimenta i balli con il suo scialle arancione e fa foto ricordo con Vladimir Luxuria -. Non va elaborata razionalmente, va vissuta: c'è una bella canzone napoletana che ricorda che bisogna continuare a girare lo zucchero nel caffè, altrimenti si sente solo l'amaro, e il dolce rimane in fondo. La Madonna è la madre che tiene insieme la famiglia, nelle sue diversità, accoglie. E qui c'è la cultura popolare, che è molto più aperta di quanto si voglia far credere”. 

Nel 2002 l'abate di Montevergine cacciò i femminielli, e si dice che sia una data fondante, come avanti Cristo e dopo Cristo. Da quel momento la manifestazione religiosa divenne anche un'occasione di rivendicazione dell'orgoglio gay, “Anche prima questo rito manifestava il loro ruolo nella società, ma era una tradizione, non una rivendicazione politica – racconta Carlo Preziosi, studioso di tradizioni popolari - . Negli ultimi 20 anni, da quando, soprattutto in Campania e in Puglia, si è voluto rivitalizzare la tradizione, questa festività è divenuta sempre più un luogo di incontro libero, dove giovani raccolgono la musica degli anziani, e dove c'è spazio per tutti”.

Luxuria è stata accolta festosamente, non veniva da un paio di anni, e mostra una lettera, da parte della comunità trans, per Papa Francesco, che ha avuto parole importanti. La gente ha ballato per ore e ore fra ritmi che si sovrapponevano e strumenti campagnoli che uscivano dalle tasche di tutti, mentre i gruppi, finita la funzione in chiesa, hanno salito la scalinata cantando le 15 strofe dell'antica invocazione a Mamma Schiavona,  e sono usciti girati verso l'altare recitando le ultime battute: “La Maronna è spasu lu mantu e ngi accogli a tutti quanta” (La Madonna ha steso il suo manto e ci accoglie tutti quanti). (Elena Filicori)

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