7 febbraio 2003 ore: 11:11
Giustizia

Tribunale internazionale, favorevoli e contrari. Su ''Mondo e Missione'' confronto tra Bertotto (Amnesty) e Parsi (Università S.Cuore)

ROMA - Oggi vengono eletti all'Onu i primi 18 giudici che andranno a formare la corte del Tribunale penale internazionale. Uno strumento che, dopo un lungo cammino, si avvia a prendere forma dopo che 87 nazioni (non gli Stati Uniti) hanno ratificato lo Statuto di Roma.
Sul numero in uscita di febbraio di “Mondo e Missione”, mensile del Pontificio Istituto Missioni Estere, ecco allora un interessante confronto a distanza tra Marco Bertotto, presidente di Amnesty International Italia, che dà voce alle ragioni pro-istituzione del Tribunale, e Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all'Università cattolica del Sacro Cuore, che sottolinea invece le proprie perplessità e i propri dubbi circa l'effettivo potere del Tribunale.
Nell’intervento di Bertotto, intitolato “Senza giustizia la violenza è in agguato”, il presidente di Amnesty sottolinea la posizione dell’associazione: “Noi crediamo che senza la repressione dei crimini internazionali ogni ragionamento sulla prevenzione dei conflitti risulti fine a se stesso, non abbia comunque la possibilità di avere un impatto di lungo periodo. Lo dimostrano recenti crisi internazionali, lo dimostra la difficoltà della ricostruzione del tessuto sociale e della società civile dei Paesi che sono stati colpiti da conflitti e da gravi crisi dei diritti umani. Senza la repressione dei crimini, senza l’individuazione delle responsabilità specifiche non è possibile ricostruire un tessuto sociale fondato sulla giustizia, e quindi in grado di superare le conseguenze dei conflitti e della guerra”. Quanto ai rischi di una politicizzazione del Tribunale, paventata da alcuni osservatori, Bertotto afferma: “Chi dice questo non ha probabilmente approfondito le garanzie giuridiche che vengono riportate nello statuto del Tribunale, contenuto appunto nel Trattato istitutivo adottato a Roma nel luglio 1998. Va innanzitutto detto che questo tribunale internazionale eserciterebbe una giustizia complementare rispetto agli ordinamenti penali interni, si ricorrerebbe al Tribunale internazionale solo nelle circostanze in cui i governi non intendano o non possano esercitare l’azione penale in maniera autonoma. Dopodiché, ci sono una serie di garanzie previste dallo stesso statuto che rendono concreti ed applicabili i princìpi internazionali di equità processuale, per cui tutte le garanzie oggi ci fanno credere che il giudizio della Corte sarebbe un giudizio indipendente, imparziale, conforme alle norme internazionali in materia di equità processuale”. Infine le possibili interferenze con l’attività diplomatica internazionale. “Noi crediamo – precisa Bertotto -che gli strumenti della politica internazionale, della diplomazia internazionale, evidentemente siano i principali strumenti per risolvere le controversie, per ricreare condizioni di vita dopo un conflitto, condizioni di esercizio delle libertà politiche, condizioni di sviluppo dell’economia, condizioni di pacifica convivenza all’interno di Paesi che hanno attraversato conflitti. Il problema è che laddove sono stati commessi gravi crimini internazionali, laddove ci sono stati massacri, genocidi, brutalità, questi massacri, questi genocidi, queste brutalità non possono essere consegnati alla storia senza che vi sia un’analisi dei fatti ed un’individuazione delle responsabilità”.
Contrario al Tribunale internazionale è invece Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all'Università cattolica del Sacro Cuore. Parsi su Mondo e Missione esprime le sue riserve: “Il Tribunale penale internazionale ingabbia in una camicia di forza una realtà estremamente fluida, più fluida oggi di quanto fosse 15 anni fà. In questo momento è uno strumento assai poco utile. Prendiamo la questione irachena: per evitare in extremis la guerra all’Iraq dovremmo offrire a Saddam Hussein la via d’uscita
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