27 gennaio 2016 ore: 12:21
Giustizia

Stranieri in carcere, ministero e comunità in campo contro il fenomeno della radicalizzazione

Un problema oggetto di un confronto europeo e che ha portato a un accordo del ministero con l’Unione delle comunità islamiche d’Italia. Servono risposte ferme e interventi mirati: solo un processo di acculturamento e integrazione può ostacolare il proselitismo negli istituti di pena
Detenuti stranieri. volti dietro le sbarre

ROMA – “Un fenomeno che stiamo seguendo con preoccupazione nel nostro Paese è quello della radicalizzazione che ha come focolaio gli istituti penitenziari. Costruire subito le condizioni di uno scambio delle informazioni acquisite dalle autorità nazionali negli istituti penitenziari è una risposta utile e necessaria”. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, intervenuto ad Amsterdam alla riunione informale dei ministri della Giustizia Ue, punta al cuore dell’emergenza terrorismo e concentra i riflettori sul complesso rapporto carcere-stranieri: “Questo, fra tutti i provvedimenti di cui stiamo discutendo, è il più urgente perché le nostre carceri, come quelle di altri Paesi europei, sono in questo momento il principale osservatorio del fenomeno di radicalizzazione: non scambiare informazioni su questo rischia di privarci di uno strumento molto importante”.

Tempi stretti. Il ministro Orlando traccia la rotta e detta anche i tempi: strettissimi.
 “Sappiamo che ci sono perplessità, approfondimenti di carattere tecnico, ma non vorremmo che una scelta come questa, che riteniamo come assolutamente urgente, arrivi dopo l’ennesimo episodio di terrorismo e la constatazione che alcuni fenomeni si potevano prevenire e non lo si è fatto per l’assenza di uno scambio di informazioni”.

Le presenze. In totale, negli istituti di pena italiani sono rinchiusi 17.340 stranieri, su 52.164 detenuti, per lo più provenienti dai Paesi del nord Africa (5.120), dell’Unione europea (3.672) e dall’Albania (2.423).
Integrazione per combattere il terrorismo. Oltre allo scambio repentino di informazioni, la strada per contrastare la radicalizzazione resta quella dell’integrazione, come sottolineato nella relazione 2015 sull’attività dello stesso ministero:
“In considerazione dell’elevato numero di stranieri ristretti nelle carceri italiane, provenienti da Stati o da nazioni interessati ai fenomeni terroristici di matrice confessionale lo scorso 5 novembre è stato sottoscritto con l’Unione delle comunità islamiche d’Italia un protocollo d’intesa per l’avvio di una collaborazione finalizzata a favorire l’accesso di mediatori culturali e di ministri di Culto negli istituti penitenziari, per promuovere azioni mirate all’integrazione culturale. L’attuazione del protocollo sarà preceduta da una fase sperimentale di sei mesi attivata in otto importanti istituti penitenziari”.
Alla luce delle dichiarazioni del Guardasigilli e dei recenti fatti di Parigi, acquista ulteriore valore il lavoro del Tavolo 7 degli Stati generali sull’esecuzione penale che si è occupato proprio di “Stranieri ed esecuzione penale”.

L’analisi degli Stati generali. Coordinati da Paolo Borgna, procuratore aggiunto al tribunale di Torino, gli esperti hanno dedicato “una particolare attenzione al crescente fenomeno della radicalizzazione in carcere, conseguenza, in parte, delle condizioni di disagio ed esclusione dei detenuti stranieri che trovano, spesso, nel fondamentalismo di matrice religiosa, l’unica alternativa ad un sistema penitenziario che non è capace di comprenderne i bisogni, considerata anche la totale assenza di aspettative fuori dal carcere…”.
Tutti gli studi sulle condizioni degli stranieri in carcere e le voci di molti operatori penitenziari sono concordi nella sconsolata constatazione che spesso, per gli stranieri, il carcere non ha alcun effetto deterrente, apparendo invece “un incidente di percorso, tutto sommato percorribile, accettabile”.

I dati. L’analisi sul tema della radicalizzazione in carcere parte da un preciso dato statistico: il 33 per cento dei detenuti è di nazionalità straniera “con una componente assolutamente prevalente di cittadini nord-africani (in particolare dell’area del Maghreb) e di albanesi – si legge nel report di medio termine del Tavolo 7 -. Dunque, anche se negli ultimi anni c’è stata una costante diminuzione dei detenuti stranieri (che nel 2010 avevano raggiunto il picco massimo di 24.954), il loro numero rimane rilevante con significative ricadute sotto il profilo della gestione penitenziaria.
La situazione è aggravata dal fatto che – in considerazione della maggior difficoltà per gli immigrati di essere ammessi agli arresti domiciliari e a misure alternative (perché non hanno un lavoro, una casa o una famiglia di riferimento) – a parità di imputazione o condanna, la permanenza in carcere è mediamente più lunga rispetto agli italiani.
Il quadro è reso ancor più drammatico dal fatto che, tra i detenuti stranieri, si rileva tradizionalmente un forte tasso di gesti anticonservativi. Nel 2014, tra gli stranieri (per la maggior parte provenienti dai Paesi del Maghreb) si sono verificati 4451 episodi di autolesionismo, 547 tentati suicidi e 20 suicidi.

La prevalenza, tra i detenuti stranieri non comunitari, di persone provenienti da Paesi tradizionalmente musulmani è netta: 10.408 sui 17.457 detenuti stranieri presenti al 30 settembre 2014 (ultimo monitoraggio esperito dal Dap).
Queste persone sono principalmente distribuite negli Istituti del nord Italia, anche se tutte le regioni sono interessate dalla loro presenza, considerata anche la politica dei trasferimenti di questo tipo di detenuti che, non avendo legami con il territorio, vengono ripetutamente movimentati. Il monitoraggio del settembre 2014 ha evidenziato l’esigua partecipazione della comunità esterna all’opera di rieducazione di questi ristretti: infatti, fanno ingresso nelle strutture penitenziarie solo 39 mediatori culturali, 14 imam e 28 assistenti volontari. “La situazione ha concorso a far si che la figura di imam sia rivestita da detenuti che spesso non hanno un’adeguata preparazione e a volte strumentalizzano la fede per ottenere interessi personali, per imporre pensieri estremisti o per creare disordini all’interno degli istituti”.

Punto, quest’ultimo, al quale la convenzione con l’Unione delle comunità islamiche d’Italia ha dato una prima, significativa, risposta. Mentre dal Tavolo 7 arrivano le prime proposte: predisporre corsi di aggiornamento degli operatori penitenziari sulla cultura e i bisogni degli stranieri in carcere; predisporre corsi di aggiornamento sul tema del proselitismo e della radicalizzazione per il personale di polizia penitenziaria, per i comandanti e per i direttori degli istituti; favorire i colloqui dei ristretti con educatori, assistenti sociali, psicologi, psichiatri.
Uniformare le regole penitenziarie attraverso la diramazione di circolari specifiche; incentivare i corsi di alfabetizzazione, scolastici e professionali; coinvolgere la società esterna, ossia gli assistenti volontari, i mediatori culturali e le guide della preghiera (imam), evitando che alcuni detenuti assurgano a posizioni di leadership; creare tavoli tecnici permanenti tra enti territoriali, usl, associazioni di volontariato, comunità islamiche; favorire i rapporti e gli interventi con le autorità consolari rappresentative della popolazione detenuta straniera, anche nell’ottica del ritorno nei paesi di origine. (Teresa Valiani)

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