14 febbraio 2003 ore: 09:58
Economia

L'interinale impiega lavoratori irregolari e marginali, stranieri, spesso con famiglia. La situazione della ''ricca'' Parma

PARMA - Il lavoro interinale? E’ ancora il lavoro dell’incertezza: breve, incerto negli esiti e incerto anche nella qualità della prestazione. E’ quanto emerge dall’indagine “Il lavoro interinale a Parma”: analisi che è stata condotta intervistando in profondità un campione scientifico di 500 lavoratori interinali e analizzando oltre 8.000 missioni di lavoro interinale registrate dai Centri per l’Impiego, portando alla luce le diverse componenti del lavoro interinale e, in particolare, il vissuto, i bisogni, la reale condizione dei lavoratori interinali.
L’indagine, realizzata in risposta a una richiesta comune delle parti sociali, è il frutto di un lavoro congiunto di tre gruppi di ricerca che fanno capo all’Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Parma, all’Agenzia Emilia Romagna Lavoro e agli Enti Cisita Parma ed Ecap Emilia Romagna. E risulta ancor più significativa in una provincia “laboratorio” come è quella parmense, caratterizzata dalla piena occupazione e da una accelerata “modernizzazione” del mercato del lavoro e del sistema produttivo. Ma cosa emerge dalla ricerca? Ecco, in sintesi, i risultati.
Il fenomeno del lavoro interinale a Parma è in crescita (gli avviamenti mostrano un +39% fra il 2001 e il 2000) e rappresenta il 15% delle nuove assunzioni. Sebbene pesi però “statisticamente” ancora poco sullo stock dell’occupazione complessiva (1%), ha un peso rilevante sull’organizzazione del lavoro, rispondendo a bisogni funzionali essenziali per molte aziende perché, cone scritto nella ricerca, “in esso affluisce una significativa quantità di “nuovi disoccupati” e di lavoratori irregolari e marginali (working poors)”.
Inoltre, il lavoro interinale interessa soprattutto uomini e stranieri. Infatti, fra i lavoratori interinali la componente maschile (62%) e quella straniera (19%) risultano sovra-rappresentate rispetto alla media degli occupati. Vi è una significativa presenza (40%) di persone di oltre trent’anni di età e coloro che dispongono di un diploma di scuola media superiore non sono pochi (61%). Molti hanno carichi familiari (il 32% è sposato il 23% ha figli). E questo nonostante il fatto che non esista un lavoratore interinale tipo. Le persone vi arrivano dopo le più varie – e talvolta non positive – esperienze di lavoro: il 21% arriva all’interinale pressato dalla disoccupazione dopo aver perso un “posto fisso”; vi è una componente che arriva all’interinale dopo aver sperimentato in precedenza altri lavori a tempo determinato diversi dall’interinale (13%), il lavoro nelle cooperative (7%) o – nel caso dei più giovani – dopo aver “mancato” l’ingresso definitivo nel mercato del lavoro dopo un contratto di formazione-lavoro o dopo collaborazioni coordinate e continuative (9%); pochi sono i lavoratori interinali unicamente inseriti in questo segmento di mercato (13%) mentre questa forma di lavoro fa affiorare un 9% di lavoratori in nero o persone inattive o disoccupate di lunga durata (12%); significativa (17%) la presenza di studenti non ancora inseriti nel mercato del lavoro.
Ed ancora: le aziende che si rivolgono all’interinale lo fanno pressate da contingenze emergenti (picchi produttivi, sostituzioni e imprevisti): su 100 posti di lavoro messi in gioco nell’interinale solo 14 fanno riferimento a fabbisogni di lavoro permanenti. I settori che più richiedono i lavoratori interinali sono: l’industria metalmeccanica (20%), l’industria impiantistica (8%), l’industria alimentare (8%), le costruzioni (5%), il commercio (16%) e i servizi alle imprese (7%). Il 71% delle imprese richiedenti ha più di 15 dipendenti. E sebbene molti lavoratori interinali svolgano lavori manuali non qualificati (26%) o siano impiegati come operai sulla linea di produzione (27%), esiste un’area significativa di richiesta per operai specializzati (14%) e per professioni esecutive di ufficio (21%). Scarsa è la presenza di tecnici (6%) e di professioni elevate (1%).
Infine l’ultima considerazione, so
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