18 ottobre 2001 ore: 13:07
Non profit

''L’esortazione di Ciampi? Un buon consiglio, ma quello del volontariato resta un ruolo politico''

UNA parte piuttosto ampia dell’associazionismo italiano non profit è reduce da due eventi in cui è stata molto visibile. Il G8 di Genova (dentro o fuori, come alcuni grandi gruppi cattolici, dal Genoa Social Forum) e la Marcia della Pace.
Cominciamo a distinguere per far chiarezza. La manifestazione contro la globalizzazione e il G8 di Genova è una cosa molto diversa dalla Marcia della pace di Assisi: in comune hanno soltanto il grande numero di giovani che hanno messo insieme. La manifestazione di Genova era una protesta contro una mondializzazione dell’economia che rischia di rendere i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri: il Papa contrapponeva la proposta positiva della “globalizzazione della solidarietà”. La protesta poi riguardava il fatto che i problemi che riguardano tutti i paesi del mondo non venivano affrontati dall’Onu, ma dai paesi più ricchi, che, di fatto, imponevano poi a tutti le loro scelte, almeno nelle conseguenze.
La marcia della pace, che ha una lunga storia, intende affermare che le tensioni fra i popoli non si risolvono con la guerra, ma con il dialogo per la giustizia: è quanto il Papa, sebbene non ascoltato, continua richiamare alla coscienza di tutti. Lei parla di “associazionismo italiano non profit”. Le istituzioni non profit, come ad esempio le cooperative sociali, e l’associazionismo di promozione sociale, come ad esempio le Acli e l’Arci, sono due realtà sociali diverse per natura specifica, per configurazione giuridica, per componenti. Non penso che le istituzioni non profit si siano sentite molto mobilitate né per la manifestazione di Genova, né per quella di Assisi, ad eccezione delle associazioni di volontariato internazionale, mentre le grandi associazioni di promozione sociale credo siano state in prima linea: è significativo che la marcia della pace fosse aperta dagli scouts. Le associazioni di volontariato internazionale sì c’erano a Genova, perché loro vivono immerse nei problemi dei paesi poveri a favore dei quali lì si manifestava. I Centri sociali sono ancora tutt’altra cosa.
A proposito di Genova, citando Ardigò lei ha sottolineato l’evoluzione del volontariato dalla pura “carità” alla “advocacy”. Che ricadute può portare questa evoluzione in Italia?
La tesi del prof. Ardigò, illustrata nel recente volume “Volontariati e globalizzazione”, è che il popolo di Seattle ha portato un cambiamento nel volontariato internazionale. Nella sua storia esso ha combattuto la miseria dei paesi poveri, promovendo presso di loro progetti di assistenza e di sviluppo. Dopo Seattle sente il bisogno di difendere i paesi poveri contestando all’interno dei propri paesi le politiche dei paesi ricchi che molte volte sono la causa principale di quelle povertà. Assumono cioè una “advocacy” di etica globale, a tutela dei diritti dei paesi poveri. Egli aggiunge che questo movimento iniziato nel volontariato internazionale non può non influenzare anche il volontariato locale che passa da volontariato assistenziale a volontariato promozionale e di tutela dei diritti. E ciò può disturbare il manovratore.
Torniamo alla Marcia della pace, che è stata imponente e “spettacolosa” per quantità e qualità della partecipazione. Eppure il movimento pacifista si è preso bacchettate sia da destra che da sinistra…
Forse, se gli uomini politici fossero rimasti a casa a fare il loro mestiere, che non è di fare marce della pace, ma creare con le leggi e con una organizzazione più giusta della società le condizioni perché possa esserci la pace, la marcia sarebbe stata meno disturbata dalla loro presenza, forse meno “spettacolosa” per i massmedia, ma più chiara e limpida nei suoi messaggi. Gli uomini politici dovevano dimostrarsi più disponibili ad accogliere concretamente i messaggi che venivano da quella m
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