27 novembre 2014 ore: 16:02
Giustizia

Modena, in 3 anni 150 uomini hanno chiesto aiuto al Centro Liberiamoci dalla violenza

Hanno dai 25 ai 67 anni. Sono operai, imprenditori, liberi professionisti, artigiani. Si sono rivolti al centro per uomini maltrattanti spontaneamente o inviati dalle proprie compagne. In 30 hanno concluso il percorso. I dati diffusi al convegno “La responsabilità del cambiamento”
Simona Ghizzoni/Contrasto Violenza domestica

Foto di Simona Ghizzoni

MODENA - La consapevolezza di essere violenti con la propria partner è il primo passo per migliorare se stessi. È questo il senso del convegno “La responsabilità del cambiamento” tenutosi oggi a Modena. A supportare la tesi, che la violenza è una causa che va ricercata solo tra gli uomini, i dati del centro Ldv, Liberiamoci dalla violenza. Primo in Italia e gestito dall’Azienda Usl, il centro si rivolge a chi compie violenze in famiglia. Nato tre anni fa, dalla collaborazione tra associazioni modenesi, istituzioni locali, Ausl e con l’ausilio della Regione Emilia-Romagna, questo centro è stato contattato da 423 persone, di cui 147 uomini per avere informazioni o richiedere un appuntamento, 60 donne, che si sono rivolte per i propri mariti o compagni e 216 persone interessate al tema. “Oggi abbiamo 30 persone che hanno concluso il percorso – dice Monica Dotti, coordinatrice del centro Ldv – mentre 40 lo stanno svolgendo. L’età delle persone che si rivolgono direttamente o tramite i partner a noi va dai 25  ai 67 anni e riguarda qualsiasi categoria. Dall’operaio all’imprenditore, passando per il libero professionista o l’artigiano”. Insomma nessuno escluso, a voler sfatare il tabù che la violenza si annidi solo in chi vive in situazioni di precarietà o di emarginazione. Il percorso si struttura in una serie di incontri ed è diviso per fasi: l’assunzione della responsabilità, il riconoscimento dell’azione, la ricerca di gesti violenti nel proprio passato. “Le persone vengono seguite fino alla fine del percorso – continua Dotti –  grazie anche a un serie di controlli per vedere se avvengono situazioni violente durante il trattamento. Il rischio di recidività si verifica nei primi 3 mesi, dopo le cose tendono gradualmente a migliorare”.

Un tema, quello del contrasto alla violenza di genere, che ha visto sempre in prima fila la Regione Emilia-Romagna. Dal piano legislativo, con l’approvazione della legge regionale per la parità e la discriminazione di genere, a quello finanziario con lo stanziamento di 500mila euro per la formazione e per le attività di sensibilizzazione. “Risorse che si aggiungono al finanziamento statale di un milione e duecento mila euro già assegnati agli enti locali – spiega Teresa Marzocchi, assessore alle Politiche sociali della Regione Emilia-Romagna –e destinati ai servizi di accoglienza dalle donne vittime di violenza. Quello della violenza di genere è un problema drammatico che va affrontato da istituzioni, associazioni e cittadini, creando una rete che lavori per migliorare il nostro welfare – ha continuato – Ma pensare a un centro che si occupi di chi è causa della violenza è un gran bel risultato e non solo per l’obiettivo che si prefigge, ma anche per la capacità di aver messo in connessione pubblico e privato sociale”. 

L’idea di un centro per uomini violenti in Emilia-Romagna ha preso le mosse dall’esperienza norvegese dei centri antiviolenza realizzati da Per Isdal, psicologo del centro Atv, Alternative til vold, di Oslo. “Quando nel 1987 ha aperto il primo centro antiviolenza era rivolto solo agli uomini – dice Per Isdal – Oggi li abbiamo trasformati in centri rivolti alle famiglie, perché la violenza si ripercuote anche sui figli e questo diventa un problema ancora più complesso”. Ma se il lavoro svolto da Per Isdal è stato l’incipit da cui le associazioni sono partite, le difficoltà incontrate per arrivare alla conclusione del percorso sono state  l’assenza, in Italia, di studi sul tema della violenza affrontato dal punto di vista del maltrattante. “Nel nostro Paese si partiva da una situazione culturale diversa – racconta Marco Deriu, sociologo dell’Università di Parma e dell’associazione Maschile plurale – e dalla necessità di superare certi tabù. Basti pensare al delitto d’onore che l’Italia ha abrogato nel 1981 e dietro il quale si celava un atteggiamento in cui la donna era il contenitore dell’onore e l’uomo il suo custode. Il lavoro che è stato fatto, e che viene fatto tutt’oggi, è quello di individuare un nuovo modello comportamentale nelle relazioni di coppia”. Una relazione in cui ognuno abbia la possibilità di esprimere la propria soggettività senza avere la paura di essere prevaricato dall’altro. (Dino Collazzo)

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