30 ottobre 2018 ore: 11:33
Economia

L'Italia del Rei. Bologna è "a regime", preoccupa la nuova misura del governo

Sono 272 i nuclei che percepiscono il Rei in città. Il 65 per cento ha due o più componenti, gli altri sono single. Barigazzi (assessore al Welfare): “Chiediamo al governo che non venga perduta la dimensione del progetto sociale”. Raciti (Regione): “Con il reddito di cittadinanza si rimette di nuovo in discussione il modello”
Povertà. Vecchietta di spalle seduta su un muretto - SITO NUOVO

box BOLOGNA - “Sul Reddito di inclusione Bologna si è attrezzata, è andata avanti. Il Comune ha anche riorganizzato i servizi. E ora siamo a regime. La nuova misura del governo? La preoccupazione c'è, anche perché non abbiamo idea di cosa sarà, visto che cambiano idea tutti i giorni”. A parlare è Giuliano Barigazzi, assessore alla Sanità e al Welfare del Comune di Bologna, che sottolinea come quello promesso dal Governo Lega-Cinquestelle “in realtà non dovrebbe essere chiamato Reddito di cittadinanza perché questo, in quanto tale, dovrebbe essere indipendente dal reddito mentre, da quello che abbiamo capito, in questo caso si tratterà semplicemente dell'erogazione di un sussidio”. Ma c'è una cosa che differenzia il Reddito di inclusione (che a Bologna e in Emilia-Romagna è stato affiancato e poi integrato dal Res, il Reddito di solidarietà della Regione) e il Reddito di cittadinanza. Ed è il fatto che quest'ultimo riguarda soprattutto la dimensione lavorativa. “Invece nel Rei a essere forte è il progetto sociale, la presa in carico della persona che beneficia del contributo che, a Bologna, è fatta insieme ai servizi sociali e al Terzo settore – spiega Barigazzi –. Tra i beneficiari ci sono anche persone over 60 e oltre che, di certo, faranno fatica a trovare una dimensione lavorativa adatta se non c'è un progetto personalizzato di presa in carico. Questo è un elemento di preoccupazione”. Ecco perché al governo, l'assessore chiede “di non perdere la dimensione sociale” della misura di contrasto alla povertà.

Nel settembre 2017 la Regione Emilia-Romagna ha introdotto il Reddito di solidarietà (Res) come misura di contrasto alla povertà che andava ad affiancarsi al Sia, il Sostegno all'inclusione attiva, dello Stato che poi a gennaio 2018 è diventato Reddito di inclusione (Rei). L'obiettivo era raggiungere tutte quelle famiglie che si trovavano in condizioni di povertà ma che non avevano i requisiti previsti dal Sia (presenza in famiglia di un minore o un figlio disabile o una donna in gravidanza). Ed è stato raggiunto. Tra coloro che hanno fatto richiesta e beneficiato del Res un terzo è over 56 e il 60 per cento ha più di 45 anni, in 7 casi su 10 è senza figli, circa la metà dei nuclei è composto da una sola persona. Dal primo luglio il Res da misura che affiancava il Sia/Rei ne è diventata un'integrazione: “Tutti coloro che prima ricevevano il Res oggi sono entrati nel Rei, visto che sono scomparsi i riferimenti alla composizione famigliare, quindi ciò che fa la Regione è aggiungere una quota fissa sulla base del principio che il costo della vita in Emilia-Romagna è maggiore e che il Rei decresce in corrispondenza di altri redditi percepiti e paradossalmente può arrivare anche a cifre molto basse”, spiega Monica Raciti, responsabile Servizio politiche per l'integrazione sociale, il contrasto alla povertà e il Terzo settore della Regione Emilia-Romagna.

Gli ultimi dati disponibili sull'erogazione del Rei e del Res sono quelli diffusi dalla Regione Emilia-Romagna lo scorso luglio. In meno di un anno di operatività le domande inoltrate ai Servizi sociali dei Comuni per ricevere il Res sono state oltre 21 mila ovvero 650 alla settimana (su una popolazione di circa 997 mila persone), il territorio che ha registrato il maggior numero di richieste è stato quello di Bologna, con 4.765 domande, di cui 1.792 ammesse al Res. “Una delle difficoltà maggiori rilevata dai territori è stata quella di costruire un progetto per i beneficiari – prosegue Raciti – perché molti non erano conosciuti dai servizi, tante sono persone con più di 56 anni per le quali è complesso realizzare un percorso di inserimento lavorativo e in molti nuclei c'è già un lavoratore quindi significa che il problema non è solo il lavoro ma ci sono altre fragilità”. Il lavoro fatto dalla Regione e dai Comuni è stato quindi molto complesso.

La sfida del Res integrato con il Sia prima e con il Rei poi è stata quella di fare una misura unica, un solo accesso, una sola domanda, un portale informativo unificato per non dover lasciare i cittadini a scegliere la misura da richiedere. “Questo ha scontato l'enorme difficoltà dell'interconnettività con Inps e sicuramente nella fase di avvio ci sono state difficoltà, anche per gli utenti – continua Raciti –. Ma adesso siamo a regime: da agosto i pagamenti sono puntuali, quello di settembre è arrivato in leggero anticipo. Con Inps siamo allineati. I territori hanno fatto lavorare insieme le equipe territoriali con i Centri per l'impiego, la Sanità, il Terzo settore per ricostruire le relazioni tra i soggetti. Abbiamo costruito un nuovo modo di lavorare insieme”. Ora l'ulteriore sfida è quello che la Regione chiama il Res2 ovvero la misura che integra il Rei. “Sta entrando in produzione il sistema informativo e a novembre contiamo di riuscire a dare a tutti coloro che ricevono il Rei l'integrazione regionale con gli arretrati dal primo luglio”. L'integrazione va dai 110 euro per le famiglie composte da una sola persona ai 352 per quelle con 6 o più componenti. Attualmente a Bologna i nuclei che beneficiano del Rei integrato dal Res sono 272, ma a fine mese ce ne saranno altri 700. Il 65 per cento è rappresentato da nuclei con 2 o più persone, il 35 per cento da single. 

E il Reddito di cittadinanza? “È chiaro con la nuova misura, che sembra essere spostata tutta sul fronte lavoro, si rimette in discussione un modello”, dice Raciti. La responsabile regionale tra l'altro ricorda come sia a livello nazionale sia a livello regionale con il Piano povertà sono state investite risorse per i punti di accesso per il Rei e il Res, finanziando i Comuni. “A fine ottobre i Comuni devono presentare la programmazione dei fondi per la povertà e indirizzeranno le risorse per i livelli essenziali che sono quelli descritti dal Res – spiega la responsabile –. Finché parliamo di percentuale di assistenti sociali rispetto alla popolazione è un conto, ma quando parliamo di punti di accesso e progetti sulle persone è chiaro che questi sono strettamente connessi a questa misura e non al Reddito di cittadinanza che, a quanto abbiamo capito, coinvolgerà i Centri per l'impiego e non più i Comuni. Le perplessità, dunque, soprattutto da parte degli operatori, sono enormi. E anche la preoccupazione”. (lp)

 

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