13 maggio 2016 ore: 11:19
Economia

Dal boss all’autista: ecco la “scala dei caporali” che sfrutta i lavoratori

Arrivano a guadagnare cifre a tre zeri da una sola campagna: sono italiani quelli che intascano di più, poi i caporali stranieri. Il racconto di Francis, un caporale pentito del ghetto di Boreano nel rapporto Agromafie della Flai Cgil. “In un mese la squadra dei caporali guadagna circa 200 mila euro”

ROMA – Il primo, quello che guadagna di più, è sempre il capo dei caporali italiani. Poi ci sono i suoi aiutanti. Il caporale straniero non arriva neanche ad un quarto di quel che guadagna il capo dei caporali italiani. Poi ci sono gli aiutanti, i caporali autisti e quelli lavoratori. È la “scala dei caporali” raccontata da Francis (nome di fantasia) nel Terzo rapporto Agromafie e Caporalato curato dall’Osservatorio Placido Rizzotto e presentato oggi a Roma. Francis è un caporale pentito. Lo ha fatto per circa quattro anni. Ha circa 30 anni, è nato in Burkina Faso ed è arrivato in Italia nel 2009. E’ diventato caporale nel foggiano, me nella primavera del 2015 ha smesso per ragioni religiose. Il suo racconto è uno spaccato inquietante dello sfruttamento nei campi del Sud Italia. Come tanti altri, ha iniziato lavorando nei campi, per la raccolta del pomodoro. Francis è istruito, è alto e robusto e ha una patente di guida. Ed è per questo che il suo caporale gli propone di dargli una mano.

Quando inizia a fare il caporale è già in Basilicata, in un casolare nel ghetto di Boreano, vicino Potenza. Con un furgone da dodici posti Francis ha iniziato ad accompagnare quindici persone, diciotto, anche venti persone per volta raccolte in vari casolari. Ammassate. Tariffa unica: 5 euro sia per 50 chilometri, sia per molto meno. Francis non guida soltanto il furgone. Vende anche acqua, cibo, medicinali. E inoltre lavora nei campi con gli altri. Di questo passo Francis guadagna 1.400 euro a settimana. Ma solo 500 restano a lui. Gli altri vanno al suo capo, che lavora come lui. Sono i caporali/lavoratori, dice. L’ultimo scalino della piramide. Francis la chiama la “scala dei caporali”. All’apice, racconta, c’è sempre un italiano. Poi un caporale straniero. Infine gli autisti. “Quando il capo è un italiano vuol dire che è davvero un boss, poiché gestisce anche 10 o 15 furgoni, ed anche di più – racconta -. Anche fino a 20. Di questi boss tutti hanno paura. I proprietari dei campi da una parte danno l’incarico a questi caporali per trovare lavoratori, dall’altra ne hanno anche paura poiché sono delinquenti e poco di buono. Ma gli imprenditori comunque ci guadagnano sempre, e sempre fanno guadagnare il caporale boss”.

Quella del caporalato è un’organizzazione complessa. Non c’è soltanto il caporale che sceglie i lavoratori per gli imprenditori. E il rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto cerca di fare un quadro chiaro delle gerarchie. All’apice c’è sempre l’imprenditore che si rivolge ai caporali. Tra lui e i lavoratori ci sono ben cinque gradi di separazione: c’è il capo negoziatore, il vice capo e addetto alla logistica, il caporale di coordinamento, il caporale esecutivo in contatto con i lavoratori, il caporale autista. Ma neanche questa scala li racchiude tutti. Le forme del caporalato sono diverse: oltre al caporale lavoratore, come Francis, e al boss mafioso, c’è il caporale venditore, che vende beni di prima necessità. Il caporale aguzzino, che utilizza violenza sistematica. Il caporale “amministratore delegato”, che gestisce la campagna per conto dell’imprenditore. Il caporale collettivo che maschera forme apparentemente legali per mascherare l’illegalità. I lavoratori sono sempre gli ultimi, schiacciati da una piramide invisibile.

Il capo dei caporali italiani può arrivare a guadagnare anche 200 mila euro al mese – racconta Francis –  e non è un’esagerazione. I suoi aiutanti altri 70 o 100 mila. Un caporale straniero, il più potente, non arriva a 30 mila euro e quelli che lo aiutano arrivano ai 10 o 15 mila al massimo. I caporali come me guadagnano ancora di meno, circa 3 o 5 mila euro e qualche volta 7 mila”. Il racconto di Francis è pazzesco. Da non crederci. A fronte di un guadagno per il lavoratore che si aggira attorno ai 20-30 euro a giornata, oppure 3 o 4 euro per riempire un cassone da quasi quattro quintali, c’è chi ne guadagna migliaia. Ma la conferma che si tratti di cifre a tre zeri arriva dallo stesso Osservatorio, che nel rapporto stima il guadagno dei caporali sulla base di atti processuali e testimonianze.

Con una simulazione su una campagna di raccolta intensiva di 30 giorni, il cui valore economico dei cassoni riempiti si aggira attorno ai 2 milioni di euro (per 450 mila cassoni riempiti), l’Osservatorio stima la presenza di 50-60 caporali per poco più di mille lavoratori. Il guadagno dei caporali è calcolato su di un singolo cassone: su 4,5 euro, 0,5 euro vanno al capo negoziatore. Ed è così che alla squadra dei caporali vanno in una singola campagna ben 225 mila euro, di cui 95 vanno al capo negoziatore, 10 mila ai vice italiani, 5 mila ai caporali intermedi e 2 mila ai caporale autista. Stime che, tuttavia, non tengono conto di taglieggiamenti, costi imposti ai lavoratori come la vendita imposta di beni di prima necessità o altro ancora. “I caporali che truffano i braccianti non sono rari – racconta Francis -, così come non sono rari gli imprenditori che promettono una cifra e poi non la rispettano”. Francis oggi vive a Palazzo San Gervasio. Non lavora dalla primavera del 2015. Vorrebbe andar via e fare un altro lavoro. (ga)