26 agosto 2016 ore: 15:30
Non profit

Terremoto, gli assistenti sociali: “Quando si spegneranno i riflettori noi saremo lì”

A parlare è Silvana Mordeglia, presidente dell’associazione assistenti sociali per la protezione civile: “A giorni la partenza di assistenti sociali volontari diretti ad Amatrice. Il nostro vantaggio? Conosciamo già le persone, sappiamo dove sono le situazioni più fragili”
Terremoto. Uomo piange, con le macerie alle spalle

BOLOGNA - “I nostri primi passi li abbiamo mossi dopo il disastro del Vajont. Più recentemente, abbiamo lavorato in Abruzzo dopo il sisma del 2009. Poi c’è stata l’Emilia. L’elenco delle catastrofi è lungo: fino ad arrivare al terremoto dello scorso 24 agosto. La settimana prossima arriveremo anche lì: presumibilmente andremo ad Amatrice, siamo in attesa di una conferma”. Silvana Mordeglia è la presidente di Asproc, l’associazione assistenti sociali per la protezione civile (formalmente nata nel giugno del 2015): è alle prese con la messa a punto della partenza degli assistenti sociali volontari che hanno dato la disponibilità a raggiungere le zone colpite e con la gestione delle emergenze rilevate in queste ore. “Il nostro codice deontologico chiede di mettere a disposizione le nostre competenze specifiche in caso di catastrofi. Noi arriviamo sui luoghi colpiti dopo le prime 72 ore. Perché, parliamoci chiaro, all’inizio la cosa più importante è non fare danni: perciò lasciamo che il personale competente faccia il proprio lavoro, ovvero salvi vite”.   

Passata la prima emergenza, gli assistenti sociali si mettono a disposizione: il loro vantaggio – loro come dei medici di base – è conoscere la popolazione da prima della catastrofe: “Sappiamo dove sono le situazioni più fragili, conosciamo gli anziani soli, i minori in affido. Il primo obiettivo è fare in modo che non aumentino i disagi già presenti, cosa non sempre facile. Pensate a chi è in misura alternativa al carcere, o a chi è rimasto – magari nemmeno maggiorenne – completamente solo. Come si gestiscono questi casi? Ecco, noi facciamo questo”. Al momento dell’arrivo degli assistenti sociali volontari, i lavori si intensificano: forniscono supporto ai cittadini (e ai colleghi), nel tentativo di ricucire, per quello che è possibile, la vita nella comunità. “Il grosso del nostro impegno arriva quando i riflettori si spengono, quando le tende dei volontari vengono smontate. Noi siamo lì: ad aiutare le persone a guardare avanti”. Supporto, prospettiva, counseling sono le parole che Mordeglia usa: di fronte a un contesto crollato, a un ambiente rotto, a delle relazioni rotte, è necessario ascoltare, capire: “Questo genere di professionalità ha un ruolo chiave: perché, ricordiamoci, è possibile riportare un equilibrio, ristabilire il funzionamento sociale delle persone. E per ogni persona servono strumenti adeguati, sta a noi saperli individuare. Dobbiamo garantire la dignità, l’intimità, la riservatezza: le relazioni familiari”. 

Quest’attività, naturalmente, è portata avanti attraverso una rete, in collaborazione con i medici di base, appunto, gli psicologi e i neuropsichiatri (“con cui ci interfacciamo anche in quello che noi definiamo ‘tempo di pace’”), gli insegnanti e gli educatori. Già, perché siamo alla fine di agosto, e tra poche settimane l’anno scolastico ripartirà: “È importante che i bimbi vadano a scuola e frequentino le lezioni, per dar loro una parvenza di normalità”.

Nessuno degli abitanti dei centri colpiti vuole abbandonare il proprio paese. “È ovvio che non ci si voglia sradicare, e in effetti le persone non vanno allontanate da quello che rimane delle loro vite e del loro passato. È un’esigenza, la loro, che anche i nostri politici devono tenere conto. Perché non sempre la soluzione più economica è tale sul lungo periodo: le risorse vanno utilizzate con intelligenza – ammonisce Mordeglia –. Creare marginalità per risparmiare ha costi umani e sociali altissimi. Arginare le difficoltà non fa che crearne altre”. (Ambra Notari)  

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