3 giugno 2020 ore: 11:40
Giustizia

La morte di George Floyd e quella "cultura razzista" della polizia americana

La morte di George Floyd ha dato il via a manifestazioni di protesta in tutti gli Stati Uniti, anche perché non è  il primo caso del genere. Salimbeni (giornalista ): "Fenomeno ben noto e molto difficile da estirpare"
Foto: Lorie Shaull (via Flickr) George Floyd Memorial a Minneapolis

George Floyd Memorial a Minneapolis

L’omicidio da parte di un poliziotto dell’afroamericano  ha dato il via a manifestazioni di protesta in tutti gli Stati Uniti. Anche perché non è certo il primo caso del genere. Come ha sottolineato l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet: “Sono costernata di dover aggiungere il nome di George Floyd a quelli di Breonna Taylor, Eric Garner, Michael Brown e molti altri afroamericani disarmati che sono morti nel corso degli anni per mano della polizia - così come persone quali Ahmaud Arbery e Trayvon Martin che sono stati uccisi da membri armati della cittadinanza”.

I fatti. Il 25 maggio George Floyd, 46 anni, afroamericano, è stato fermato dalla polizia a Minneapolis perché aveva cercato di pagare con 20 dollari falsi. L’uomo è morto dopo essere stato schiacciato a terra per circa 9 minuti, con il collo premuto dal ginocchio di uno dei poliziotti. Il video realizzato da un passante mostra come l’agente non si sia fermato neppure di fronte alle grida della vittima, che continuava a ripetere “non posso respirare”.

I precedenti. Fatti del genere si sono ripetuti diverse volte negli Usa, anche nella storia recente. Sei anni fa un agente - che non è poi stato incriminato – prese per il collo Eric Garner, 43 anni, che commerciava sigarette di contrabbando a Staten Island. E nello stesso anno fu ucciso dai colpi di un altro agente Michael Brown, 18 anni, colpevole di aver commesso un furto, anche se disarmato. Così come non aveva alcuna arma
Trayvon Martin, 17enne ucciso a Miami Gardens da un vigilante che lo aveva scambiato per un ladro. E la lista potrebbe continuare.

Un fenomeno radicato. “La cultura razzista che pervade gli ambienti della polizia americana è un . In certi quartieri delle grandi città, si parte dall'idea preconcetta che se sei un nero probabilmente hai commesso qualcosa di illecito”, dice a Osservatorio Diritti Stefano Salimbeni, giornalista residente a Boston da 25 anni, che lavora per Rai Italia. Che continua: “I poliziotti hanno pregiudizi e gli afroamericani coltivano a loro volta una viscerale paura nei confronti della polizia. Si va avanti con una totale sfiducia reciproca. Va anche detto, a onor del vero, che in alcune zone e quartieri d’America i poliziotti vivono con il terrore perché la violenza è dilagante e si spara e si ammazza ancora prima di chiedere il nome. Ovviamente tutto questo non giustifica gli abusi da parte della polizia”.

L’ articolo di Giulia CerquetiRazzismo Usa: l’omicidio di George Floyd travolge gli Stati Unitipuò essere letto su Osservatorio Diritti. Foto Lorie Shaull via Flickr

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