5 novembre 2015 ore: 16:42
Economia

Sia, dalla sperimentazione luci e ombre sul futuro della lotta alla povertà

Dal Torino a Catania, passando per Napoli, tra esperienze virtuose di coordinamento col terzo settore e fallimenti. Con Redattore sociale siamo andati in alcune delle città con il più alto numero di beneficiari della sperimentazione del Sostegno per l'inclusione attiva per capire come è andata. Ecco cosa ci hanno raccontato
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ROMA - Iniziata e finita (o quasi) sempre nel silenzio. E' il destino della sperimentazione del Sostegno per l'inclusione attiva (Sia), terminata in questi mesi in quasi tutte le 12 città con più di 250 mila abitanti selezionate dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, senza grandi notizie e con qualche preoccupazione. Un silenzio fatto di attesa per quel che si deciderà di fare con le risorse nuove previste dal ddl stabilità, ma anche di incertezza sulla sorte di uno strumento che non ha mai avuto vita facile. Dopo il flop di domande ricevute nelle 11 città per aver avviato la misura in piena estate, gli enormi ritardi per l'elaborazione delle richieste: le graduatorie definitive sono arrivate dopo un anno dall'apertura dei bandi. E non ovunque. A Roma la misura non è mai partita, nonostante siano state raccolte circa 8 mila domande di poveri sconosciuti ai servizi ormai più di un anno e mezzo fa. Oggi che nelle 11 città le erogazioni bimestrali previste dal Sia sono terminate, c'è solo l'attesa su quel che conterrà il decreto che definirà le modalità di fruizione delle risorse non ancora utilizzate e quelle nuove arrivate con la stabilità. Dai territori, però, oltre alle lamentele della prima ora (requisiti troppo stringenti, nuove prassi da rodare con l'Inps e risorse contenute), non arrivano segnali confortanti. Con Redattore sociale siamo andati in alcune delle città con il più alto numero di beneficiari per capire come è andata.

- Una sperimentazione agrodolce. Quel che è certo è che nessuno, al ministero, si aspettava che le cose filassero liscie da subito.  Da una sperimentazione ci si deve aspettare di tutto: dalle risposte positive a quelle negative. "Nella maggior parte delle 11 città c’è stato un utilizzo non pieno di fondi - spiega Lorenzo Lusignoli, del Dipartimento politiche sociali della Cisl -. Hanno coperto il budget solo a Catania, mentre ci sono andati molto vicino a Palermo e a Torino". In tutte le altre città, invece, ci sono ancora risorse disponibili che però non è stato possibile utilizzare per una paradossale mancanza di beneficiari. Problemi causati dai criteri fissati dalla sperimentazione che richiedeva non solo un Isee (vecchio) minore o uguale a 3 mila euro, ma anche di aver perso da poco il lavoro. "Si è puntato sui nuovi poveri - spiega Lusignoli -. L’interazione di questi due criteri, però, ha creato problemi: chi è diventato disoccupato da poco non aveva un Isee di 3 mila euro, mentre chi ce lo aveva spesso non era disoccupato da poco. E così, i poveri tradizionali non rientravano nel requisito lavorativo, mentre i nuovi poveri non rientravano in quello economico". Pochi quelli che alla fine ce l'hanno fatta: circa 6,8 mila famiglie in tutto, ma di positivo c'è che dopo anni finalmente è caduta la maschera dei furbetti. Tante le domande che non hanno retto alla verifica incrociata. "Su tutte le città, più della metà delle domande non hanno risposto ai requisiti - spiega Lusignoli -. Ci sono dei picchi a Catania, dove si è superato il 75 per cento, come anche a Firenze, due realtà abbastanza diverse. A Torino, invece, hanno lavorato di concerto col tavolo sulla povertà con diverse organizzazioni che già lavoravano sul campo, come in altre città, e anche il percorso avviato di reinserimento sociolavorativo è stato fatto con criterio".

Il modello Torino. Tra le realtà dove la sperimentazione ha dato dei buoni risultati ci sono Bologna e Torino, ma mentre nella prima il numero dei beneficiari non supera i 221 su 450 carte acquisti pronte per la sperimentazione, a Torino sono 950 quelli che hanno partecipato al programma, su circa 1.900 domande. La metà delle famiglie torinesi beneficiarie, come previsto dalla sperimentazione, ha partecipato ai percorsi di fuoriuscita dalla povertà: 475 famiglie su cui il comune ha investito non soltanto le 100 mila euro arrivate dal ministero per questo capitolo di spesa, ma anche risorse proprie e quelle messe a disposizione dalla Compagnia di San Paolo, Action aid e Save the children. Un percorso che ha avuto anche i primi risultati positivi e circa il 20 per cento degli utenti di questi progetti ha visto un miglioramento delle proprie condizioni lavorative. Soltanto in tre, infine, sono riusciti ad ottenere un contratto a tempo indeterminato. Numeri esigui, è vero, ma difficili da ritrovare all'interno di un contesto simile nella stessa sperimentazione.

Il Sud che arranca. Quando si parla di povertà assoluta, però, si pensa a ragion veduta soprattutto al Mezzogiorno. Nelle regioni del Sud Italia non ci sono solo condizioni di partenza più difficili: anche l'inserimento lavorativo e i percorsi di attivazione partono con un ritardo non indifferente. Ed è proprio al Sud che la sperimentazione non sembra aver centrato gli obiettivi sperati. A Napoli sono stati circa 1.300 i beneficiari selezionati tra più di 2,8 mila domande. Un numero di famiglie molto più basso di quello previsto: su un budget totale di quasi 9 milioni di euro stanziato per raggiungere oltre 2 mila famiglie, ne sono stati impegnati 5,7 milioni. Grandi esclusi i disoccupati cronici e quelli che rientrano nel fenomeno del lavoro sommerso. L'ostacolo più grande, però, è arrivato con l'attivazione dei percorsi personalizzati che ha messo in evidenza la carenza di una valida attivazione istituzionale. A Palermo, invece, dove le famiglie beneficiarie hanno quasi raggiunto il numero massimo di card messe a disposizione, i programmi personalizzati per l'inclusione non sembrano essere neanche partiti. Dal comune fanno sapere che verranno attivati per circa 600 famiglie "ma in tempi e modi che ancora non siamo in grado di specificare". Catania, è stata l'unica città ad avere più beneficiari idonei (anche dopo i controlli incrociati) che card disponibili. Qui la povertà si fa sentire anche attraverso le maglie strette dei criteri del Sia. Un'esperienza che, secondo il comune siciliano, ha avuto almeno il merito di avviare "una sorta di percorso educativo delle famiglie. Ha fatto prendere coscienza alla gente di quello che è il limite della legalità". Tuttavia, anche qui i problemi non mancano e al governo si suggerisce di seguire il Sud con criteri diversi.

Il ruolo cruciale dei territori e del terzo settore. Sui percorsi di attivazione, però, dati ufficiali ancora non ce ne sono. Gli unici pubblicati dal ministero sono quelli del primo bilancio sulle domande raccolte. Intanto, se a Torino le cose sono andate per il verso giusto è anche merito di una buona collaborazione tra pubblico e terzo settore. Soltanto la Compagnia di San Paolo, spiegano dal Comune, ha collaborato all’attivazione di 128 contratti di lavoro accessorio. Un esempio che mostra come il ruolo del terzo settore possa rappresentare una marcia in più non solo in quei contesti dove c'è già collaborazione col pubblico, ma soprattutto dove le istituzioni faticano ad attivare percorsi di inclusione. "Nella sperimentazione l'approccio sussidiario non c'era e giustamente i comuni non l'hanno applicato - spiega Francesco Marsico, responsabile area nazionale di Caritas italiana -, se non nel caso di Torino dove ci sono forme già sperimentate di questo tipo. In altri contesti sono andati in solitaria". Torino, quindi, rappresenta un modello da seguire e in parte richiama quello che l'Alleanza contro la povertà (un cartello di oltre 30 organizzazioni) ha proposto nel Reis, il reddito di inclusione sociale, in cui prevede un ruolo attivo e fondamentale del terzo settore sui territori. Il timore, però, è che se la sperimentazione della presa in carico non ha funzionato in contesti abituati a lavorare con grandi numeri, questa possa non funzionare quando il piano antipovertà verrà allargato a tutta Italia. Per Marsico, il "rischio è elevatissimo", ma si può ancora intervenire. "Alcune cose si possono risolvere con una buona scrittura del decreto - spiega Marsico -, ma va scritto con chiarezza e bisogna destinare risorse. Queste cose, inoltre, vanno attivate con tavoli di lavoro nazionali e anche locali, altrimenti non funziona. Troppo difficile farlo a freddo". Per Massimo Baldini, professore associato di Scienza delle Finanze presso la Facoltà di Economia di Modena, occorre che anche gli enti locali facciano la propria parte in questa partita che punta all'attivazione della presa in carico. "La priorità è coinvolgere i comuni attraverso le Regioni - spiega -. Sarebbe bello se potessero integrare questo sfrorzo fatto nella legge di stabilità e definire bene cosa succede alla rete dei servizi e se c'è una quota di finanziamenti aggiuntivi destinati a rafforzare la rete". Per Baldini, si tratta di un aspetto cruciale. "Il programma sta in piedi - conclude - se dimostra di essere efficare nel reinserire socialmente le famiglie". (ga)

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