13 febbraio 2003 ore: 15:56
Salute

Lila e Cgil denunciano pratiche di ''schedatura sanitaria'' adottate dai datori di lavoro

MILANO - In Italia è in atto un "attacco contro i diritti del malato e la tutela del lavoro e della privacy". Ad affermarlo è il dipartimento Welfare della Cgil nazionale, che in un comunicato congiunto con Lila, Lega Italiana per la lotta contro l'Aids, ha denunciato la diffusione sempre maggiore delle pratiche di "schedatura sanitaria" adottate dai datori di lavoro. "Pochi giorni fa -si legge nel comunicato- ha fatto scalpore la notizia di un giovane marittimo licenziato per non aver voluto dichiarare la propria sieropositività all'HIV ai suoi colleghi come richiestogli dal datore di lavoro: ma non è che una goccia nel mare dei soprusi quotidiani di questo genere che non assurgono al ruolo di |notizia|".
Secondo i dati forniti da Cgil e Lila onlus in Italia sarebbero sempre più diffuse le richieste di sottoporsi a test sanitari, formulate da datori di lavoro che a norma di legge non avrebbero il diritto di richiedere dati sensibili sul quadro clinico dei loro potenziali dipendenti.
La legge 135/90, infatti, stabilisce che "l'accertata infezione da Hiv non può costituire motivo di discriminazione, in particolare per l'iscrizione alla scuola, per lo svolgimento di attività sportive, per l'accesso o il mantenimento di posti di lavoro", ma secondo Lila e Cgil questa legge viene ignorata, e se una persona in cerca di lavoro rifiuta di sottoporsi al test non viene assunto, se risulta sieropositivo da dipendente dovrà lottare contro il licenziamento.
Le due organizzazioni hanno lanciato un appello alle istituzioni affinché questo problema venga nuovamente portato al centro dell'attenzione: "che valore ha e come può essere rispettata questa legge se non sono previste sanzioni per chi trasgredisce"? (cg)
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