28 ottobre 2016 ore: 14:20
Giustizia

Da Rebibbia al Maxxi, passando per la Cina: piace la pièce teatrale degli attori-detenuti

Lo spettacolo dei detenuti-attori sull’Inferno di Dante conquista la stampa internazionale. Articoli e servizi televisivi dalla Cina e dalla Turchia raccontano il successo di un esperimento mai tentato prima. Il regista Cavalli: nel futuro del progetto, le riprese con i droni
Spettacolo di Rebibbia 1

- ROMA - “Nessuno dei due luoghi potrebbe essere più lontano dall’altro, idealmente e materialmente: da una parte la cultura, lo scintillio e il tappeto rosso dell’11mo Festival del cinema di Roma, dall’altra, in un quartiere periferico a est della capitale, il carcere di Rebibbia, 1.500 detenuti, alte mura e un reparto di massima sicurezza. Eppure per un giorno questi due luoghi sono appartenuti allo stesso mondo”.
E’ questa l’immagine di Rebibbia che ha scavalcato i confini nazionali ed europei ed è arrivata fino in Cina e in Turchia, con commenti che sottolineano il valore di un esperimento mai tentato prima.
Potere dei nuovi media, in grado di arrivare in tempo reale in ogni parte del pianeta. Merito del lavoro e dell’intuizione di chi ha creduto in un’idea e l’ha lanciata in mondovisione.

“Dalla città dolente”, la pièce teatrale decollata via web dal palcoscenico dell’istituto romano e diretta all’auditorium del Maxxi, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, è arrivata con lo streaming molto più lontano di quanto auspicato, conquistando la stampa internazionale. E se l’obiettivo dello spettacolo che ha raccontato l’Inferno di Dante in full Hd era quello di abbattere muri e cancelli per proiettare la cultura rinchiusa oltre confine, i risultati hanno superato davvero tutte le aspettative.

Spettacolo di Rebibbia 1

Due regie, una per lo spettacolo teatrale dal vivo davanti a una platea di 350 persone e l’altra per lo streaming, con 6 telecamere piazzate sul palcoscenico e in sala, 20 attori-detenuti, l’esperienza di anni di pièces e sperimentazioni in carcere, tanto lavoro e una grande energia: questi gli ingredienti che hanno decretato il successo dell’evento pensato e realizzato dal regista Fabio Cavalli e dalla produttrice Laura Andreini Salerno (per La Ribalta-Centro studi Enrico Maria Salerno).
Sul palco di Rebibbia il calore del teatro, dallo schermo dell’auditorium del Maxxi le emozioni catturate dai primi piani e dalle inquadrature ravvicinate. Uno spettacolo nello spettacolo, senza precedenti, che non poteva passare inosservato, soprattutto perché partito da un carcere.

Spettacolo di Rebibbia 2

“Non c’è da sorprendersi - scrive la stampa turca - visto che 4 anni fa, sullo stesso palcoscenico, con la stessa compagnia, due fra i più noti registi del Paese, i fratelli Taviani, hanno girato un film, ‘Cesare deve morire’, che ha conquistato l’Orso d’oro al Festival di Berlino”.
“Per quanto sperassi in una certa risonanza di questo primo esperimento di video teatro da un carcere trasmesso attraverso lo streaming e il web - commenta il regista Fabio Cavalli -, mai mi sarei immaginato che l’evento fosse ripreso dalla stampa e dalla televisione cinese e anche da quella turca visto anche che la Turchia in questi mesi sta vivendo un momento difficile nel rapporto tra potere, giustizia e carcerazione”.

Cosa c’è nel futuro del progetto? “L’eco di questo evento arrivato così lontano ritorna indietro e riverbera nuovi effetti sulle azioni che abbiamo intrapreso - sottolinea Cavalli -. Usciamo dal carcere di Rebibbia, dalla fase sperimentale ed entriamo nella concreta possibilità di realizzare quella che chiamo ‘l’ottava arte’. Proprio ieri sera, ad esempio, ci è arrivata la proposta di utilizzare addirittura i droni per le riprese degli spettacoli teatrali in carcere.  Tutto questo si regge sulla volontà determinata di un Ministero e di una Amministrazione che si stanno dimostrando capaci di comprendere che più forte della malavita è lo stupore che possa esistere una buona vita. La tecnologia genera stupore che, se messo a buon fine, può diventare il paradigma di una alternativa esistenziale”. (Teresa Valiani)

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