23 maggio 2016 ore: 09:53
Giustizia

Detenuti che assistono i compagni disabili: a Bari "lavorano" 70 caregiver

Formazione professionale e un attestato europeo spendibile fuori dal carcere: l’esperienza della casa circondariale, dove un terzo dei detenuti ha problemi sanitari e psichiatrici, è la prima in Italia: 71 i detenuti caregiver attivi ad oggi. Intervista alla direttrice de Leonardis: “Ottimo bilancio”
Disabili in carcere. Carrozzina

BARI – Addio al vecchio “piantone”. L’assistenza ai detenuti disabili adesso passa attraverso i caregiver: ristretti che si prendono cura in modo professionale dei compagni con disabilità, alleviando la loro detenzione e contribuendo a costruirsi un futuro con una specializzazione, spendibile una volta usciti dal carcere. Non solo formazione e assistenza ma anche uno strumento in più per incentivare la solidarietà dietro le sbarre. Sono queste le caratteristiche del progetto “Caregivers” che, prima esperienza in Italia, è decollato un anno fa nel carcere di Bari, sede di un Centro clinico o Sai (Servizio di assistenza integrata). Lidia de Leonardis, direttrice della Casa circondariale barese, tira le somme del primo anno di attività e spiega nel dettaglio meccanismi e ricadute del progetto sulla vita di un istituto che accoglie un alto numero di detenuti (circa un terzo del totale) con problematiche sanitarie e psichiatriche.

Direttore, come è nato il progetto Caregiver?
La casa circondariale di Bari è sede del Sai (Servizio assistenza integrata, ex Cdt – Centro diagnostico terapeutico, comunemente conosciuto come Centro clinico, ndr), una sorta di ospedale interno, in cui sono attualmente ricoverati 25 detenuti, tra coloro che necessitano di inquadramento diagnostico specialistico ed indicazioni terapeutiche e paratetraplegici. Oltre ai tanti detenuti assegnati qui per avere la possibilità di avvalersi dei servizi del Sai. In più, avendo l’Istituto una equipe SerD, Servizio per le dipendenze, ed una consulenza psichiatrica e psicologica specializzata giornaliera per patologie mentali, registriamo anche l’assegnazione di soggetti in doppia diagnosi: che necessitano cioè di ‘maggiore assistenza psichiatrica’ e specialistica SerD. Ecco come negli ultimi anni Bari è arrivata ad avere oltre un terzo di detenuti con prevalenti problematiche sanitarie e psichiatriche. Ed ecco come è cresciuto l’utilizzo di “caregiver”, quella che un tempo era chiamata attività di “piantone”, termine mutuato dal vecchio gergo delle caserme militari.Da tempo, quindi, ci ponevamo il problema di una qualificazione di base dei detenuti impiegati in questa crescente attività.

Quanti sono oggi i detenuti che lavorano come care givers?
In questo momento sono al lavoro 71 caregiver, di cui una donna: elemento che, rispetto agli altri istituti, incide moltissimo sulla spesa delle retribuzione ai detenuti nel costo complessivo del lavoro interno.
La Commissione europea, inviata in Italia dal Comitato per la prevenzione della tortura e delle pene dell’Unione, ha visitato la Casa circondariale di Bari a maggio 2012. Ma la raccomandazione non vi ha trovati impreparati…
Infatti. A Bari eravamo pronti a un progetto operativo all’indomani della raccomandazione. In quel rapporto, insieme agli apprezzamenti per le attività tese ad alleviare le condizioni dell’allora sovraffollamento strutturale, veniva raccomandato all’Amministrazione penitenziaria italiana di fornire una formazione di base a quei detenuti che si occupano della cura delle persone detenute. Raccomandazione poi recepita nell’accordo Stato Regioni del 22 gennaio 2015 in materia di medicina penitenziaria. E’ così che, prima esperienza del genere in Italia, il 30 aprile dello scorso anno parte la convenzione quinquennale con l’Azienda ospedaliera universitaria consorziale Policlinico di Bari per la formazione di base, a titolo gratuito, per i detenuti lavoranti della Casa circondariale già adibiti e da adibire alle mansioni di caregiver. Una convenzione concordata in ogni dettaglio che rilascia attestati formativi secondo gli stessi dettami formativi europei e spendibili all’esterno. Il progetto è stato presentato pubblicamente l’11 maggio 2015 ed il 29 settembre successivo abbiamo consegnato i primi 80 attestati ai detenuti che avevano frequentato il corso di base, grazie al pragmatismo del direttore generale del Policlinico di Bari, Vitangelo Dattoli, e alla sensibilità e indiscussa professionalità del direttore scientifico del corso, Tommaso Fiore, primario del reparto di Anestesia e rianimazione dello stesso Policlinico, impegnato insieme ai suoi valenti colleghi di pronto soccorso, emergenza sanitaria, igiene della persona e dei luoghi, al direttore del dipartimento di riabilitazione ed alla psicologa.
Come è strutturato il progetto?
La convenzione prevede moduli formativi di base, moduli di aggiornamento e moduli di approfondimento. Gli approfondimenti sono previsti in particolare nella cura alla persona di detenuti paratetraplegici e di detenuti con problematiche psichiatriche. La formazione del modulo riguarda: sistemi di allertamento di emergenza sanitaria; primo soccorso al paziente acuto; primo soccorso al soggetto in arresto cardiaco; esercitazione pratica di emergenza sanitaria; igiene della e alla persona, luoghi ed alimenti; modalità di relazione; assistenza nel movimento al soggetto con minorazione fisica.

Quanti detenuti hanno partecipato e quanti attualmente sono iscritti ai corsi?
Ad oggi hanno partecipato all’intero modulo di base conseguendo l’attestato 80 detenuti, di cui 16 stranieri, con un’età media di 35 anni. In dettaglio hanno colto questa importante opportunità 23 soggetti sino ai 30 anni,  32 detenuti dai 31 ai 40 anni, 22 detenuti tra i 41 ed i 50 anni e 3 detenuti di 51, 54 e 59 anni.
Come è possibile utilizzare la specializzazione una volta usciti dal carcere?
L’attestato rilasciato secondo le modalità europee è valido ad ogni effetto essendo stato rilasciato da un istituto universitario. E’ spendibile privatamente come ‘badante’ e presso strutture e comunità. Sia direttamente che presso agenzie per l’impiego. Proprio per una piena spendibilità, l’attestato non fa riferimento alcuno alla struttura penitenziaria ma solo all’Azienda Universitaria barese ed è firmato dal direttore generale del policlinico e dal direttore scientifico del corso.

Un anno di progetto, qual è il suo bilancio? E quali miglioramenti avete registrato nella qualità della vita dei detenuti disabili?
Il bilancio è estremamente positivo sia in termini di migliore assistenza alla persona fornita, sia per il clima di solidarietà che l’iniziativa ha creato tra i detenuti. Al di là della informazione/formazione di base utile agli stessi operatori interni, l’esperienza è stata coinvolgente per il senso di solidarietà e novità suscitato, tanto che ultimamente sono stati concessi due encomi a due detenuti che si sono particolarmente distinti nella cura di altri compagni di pena in forte stato di disabilità. Per il prossimo autunno abbiamo programmato la seconda edizione ed un modulo di approfondimento per la cura della persona detenuta con problematiche psichiatriche.
Nell’assistenza ai compagni disabili non entra in gioco solo la professionalità ma anche, e soprattutto, il contatto umano: come influisce questo nuovo rapporto nella vita dei detenuti impegnati nei corsi e nell’attività in carcere?
Ha un’influenza importante perché ha contribuito moltissimo al clima di aiuto reciproco, alla solidarietà tra loro ed anche ad una sorta di “controllo sociale” specialmente nei casi di soggetti con fattori di rischio autolesivi. (Teresa Valiani)

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