2 ottobre 2017 ore: 14:22
Immigrazione

3 ottobre, Zerai: "Dopo il patto con la Libia ha senso parlare di diritto d’asilo?"

Alla vigilia della Giornata della memoria, il sacerdote eritreo riflette su cosa resta oggi delle promesse fatte dopo la strage di Lampedusa. “In questi 4 anni non aperte vie legali, ma chi ha diritto alla protezione non può più partire”. Duro anche su sgombero a Roma: “Lasciati soli, invisibili”
Don Mussie Zerai

Don Mussie Zerai

ROMA - “Per prima cosa oggi dovremmo chiederci se ha ancora senso parlare di diritto d’asilo, dopo che abbiamo alzato barriere e ostacoli per far arrivare le persone in cerca di protezione, dopo gli sgomberi violenti, che hanno lasciato in mezzo alla strada i rifugiati che cercavano un posto sicuro dove stare”. A chiederlo è padre Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habescia, sacerdote eritreo, da anni impegnato nell’aiuto ai migranti, alla vigilia della Giornata della memoria delle vittime del Mediterraneo, che sarà celebrata domani, 3 ottobre, in ricordo della strage di Lampedusa del 2013 in cui persero la vita 368 persone.

Dopo il naufragio di quattro anni fa, tra le peggiori tragedie del Mediterraneo, le istituzioni e le organizzazioni internazionali si erano impegnate nella promessa di vie legali ma “in questi quattro anni non si è fatta neanche la prevenzione che ci aspettavamo perché non morissero altre persone in mare, offrendo un’alternativa, e una via sicura di ingresso per chi è in cerca di prevenzione – sottolinea padre Zerai -, al contrario si sono alzate più barriere e più ostacoli per non vedere arrivare queste persone, come per esempio il patto con la Libia. Oggi le persone non possono di fatto raggiungere un posto sicuro dove chiedere protezione e ottenerla. Si può davvero parlare ancora di diritto d’asilo?”.

Secondo un’elaborazione dell’Ismu, dal 2014 a oggi, in poco più di tre anni sono morte oltre 15 mila persone, mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo. “La Giornata della memoria ha senso perché è uno strumento per chiedere giustizia per le persone che hanno perso la vita in mare – aggiunge Zerai -, rispetto al naufragio del 3 ottobre 2013 l’indagine non è ancora conclusa e stando alle testimonianze dei sopravvissuti si trattò di omissione di soccorso. Le due barche che li avevano avvicinati non hanno chiamato chi di dovere per intervenire. Ma soprattutto,  partendo da questi morti bisogna chiedere con forza di riaffermare il diritto di asilo. Chiedere se esiste ancora, quando si chiudono tutte le vie di fuga per chi fugge da guerre e dittature – spiega Zerai –. Chi ha bisogno di essere salvato e protetto non può trovarsi davanti solo barriere e muri”.

Per la sua attività di aiuto al fianco dei migranti nel 2015 padre Zerai è stato candidato al Nobel per la pace, per quella stessa attività oggi è finito sotto indagine a Trapani per “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”. “Come mi difendo dalle accuse? Continuando a fare quello che facevo prima, è il mio modo per onorare la memoria di quelle persone morte in mare – sottolinea -. Il mio impegno è stato e sarà sempre quello di dare voce a chi non ha voce, di cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni perché ciò che è scritto sulla carta, dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo alla carta europea dei diritti umani, si traduca in fatti concreti. Quando ci sono persone che chiedono di essere protette abbiamo il dovere di passare da parole scritte ai fatti”.

Oltre al patto tra Italia e Libia, che nei fatti ha fatto diminuire drasticamente le partenze nella rotta del Mediterraneo centrale, il sacerdote eritreo ricorda anche il processo di Khartoum,, il progetto di esternalizzazione delle frontiere che sta “arrestando la migrazione degli eritrei verso la Libia e verso l’Italia”. “Questo processo sta andando avanti con l’obiettivo di fermare, arrestare e deportare le persone verso i paesi di origine – aggiunge - il Sudan sta pagando i diavoli a cavallo per controllare le rotte. Recentemente 100 persone sono state riportate indietro, diminuisce così la possibilità di arrivare in Libia. Ma anche quando ci si riesce le persone rimangono nei centri di detenzione libici per mesi”.

Infine, padre Zerai condanna il recente sgombero di via Curtatone, emblema di come il diritto di protezione dei rifugiati sia messo in difficoltà dalla mancanza di un percorso reale di inserimento e integrazione. “Manca una politica di organizzazione e di un accompagnamento reale e concreto dei rifugiati nel territorio, di un inserimento sociale e politico. Una mancanza che è una scelta politica chiara. Come è una scelta far finta di non vederli”. Il sacerdote spiega di aver segnalato negli anni, inascoltato, la situazione a piazza Indipendenza, ma ancora prima quella di Ponte Mammolo, di via Collatina, etc. “Sgomberare un palazzo del genere senza aver preparato un piano b, senza sapere dove sistemarli, è assurdo – sottolinea -. molti di loro erano rifugiati o titolari di protezione. Nei fatti sono stati messi in mezzo alla strada. E’ questo il modo di proteggerli? La sicurezza di cui si parla tanto spetta anche a queste persone, anzi molti di loro sono nella posizione più vulnerabile e più bisognosa di sicurezza. Eppure sono stati  messi in mezzo alla strada, esposti al rischio anche di fatti e di episodi di intolleranza”. Per padre Zerai a mancare è anche un circuito di accoglienza e integrazione reale: “non ci sono politiche volte a risolvere problema. Il circuito negli anni anni è rimasto sempre quello: i rifugiati devono accettare i soliti centri per 6 mesi o un anno, oppure fare da soli. Ma se nel frattempo non hanno trovato lavoro fisso rimangono sulla strada. Le istituzioni dovrebbero farsi garanti per loro anche nella ricerca di una casa, solo coì possono entrare nel tessuto sociale e diventare indipendenti”. (Eleonora Camilli)

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