18 novembre 2016 ore: 16:54
Giustizia

Carceri, in Emilia-Romagna torna a crescere il numero di detenuti

Bilancio di mandato della Garante regionale che termina il 23 novembre. Situazione migliore rispetto al 2010 ma ci sono criticità: tanti gli stranieri, manca il lavoro, pochi educatori. Parma il carcere più “bisognoso”. Lo “scandalo” di Castelfranco “inutilizzato ma che potrebbe dare lavoro a 200 detenuti”
Carcere. Corridoio con detenuti

BOLOGNA – Sono 3.273 i detenuti nelle carceri dell’Emilia-Romagna (su una capienza regolamentare di 2.797 posti, con un tasso di sovraffollamento pari al 117 per cento), di cui 134 donne pari a poco più del 4 per cento. Erano 2.911 nel 2015. I dati – aggiornati al 31 ottobre – sono stati diffusi da Desi Bruno, garante regionale delle persone private della libertà personale dell’Emilia-Romagna, in occasione della presentazione del bilancio del suo mandato prossimo alla scadenza (Bruno rimarrà in carica fino al 23 novembre). “La situazione degli istituti penitenziari della regione è migliorata rispetto al 2010, quando il sovraffollamento era al 200 per cento – ha spiegato Desi Bruno che ha ricordato che in questi anni sono stati chiusi i Cie di Bologna e Modena e l’Opg di Reggio Emilia sostituito con 2 Rems – grazie a una serie di interventi che hanno portato alla diminuzione degli ingressi a favore degli arresti domiciliari e all’uso delle misure alternative in fase esecutiva. Il dato negativo, però, è che il 2016 è in crescita”. I numeri delle misure alternative sono importanti: ne hanno usufruito 2.457 detenuti. Rimane molto alto il numero delle persone in custodia cautelare (1.060) e quello degli stranieri che sono quasi la metà delle presenze (48,4% in Emilia-Romagna contro il 33,8% a livello nazionale). “Si tratta sia di stranieri provenienti da Paesi Ue che extraUe – ha precisato Bruno – Ma, mentre per gli Ue, i meccanismi per far scontare la pena nel Paese di origine funzionano, per gli altri è più complicato”. Il numero delle espulsioni di detenuti di origine straniera è, infatti, molto basso: 47 gli uomini, 2 le donne (entrambe dalla Casa circondariale di Bologna). “Gli stranieri che aspettano l’espulsione faticano a ragionare in termini di responsabilizzazione e di rieducazione – ha aggiunto la garante – Nel loro caso sono più alti i conflitti con gli operatori e con gli altri detenuti e sono più frequenti i casi di autolesionismo”.

Le carceri hanno vissuto cambiamenti importanti in seguito alla Sentenza Torreggiani del 2013 con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per il sovraffollamento delle carceri. In seguito a quella condanna, l’amministrazione penitenziaria ha adottato la misura delle ‘celle aperte’ ovvero ha deciso che i detenuti, non in massima sicurezza, debbano restare fuori dalla cella almeno 8 ore. “Misura importante ma se questo uscire non è accompagnato da attività non funziona – ha detto Bruno – Quello che manca è un progetto vero per impegnare le persone: il carcere contenitore non funziona neanche per la sicurezza collettiva, percorsi di formazione, studio e lavoro invece abbattono la recidiva”. Il lavoro però, “pur con lodevoli eccezioni” è scarso: i detenuti che beneficiano dell’articolo 21 sono 86, di cui 55 lavorano all’esterno e 31 sono impegnati in servizi extramurari, i semiliberi sono 30, di cui 28 impegnati per datori di lavoro esterni e 2 in proprio. “Qualcosa si muove nel rapporto tra imprese e carcere, tanto che ci sono belle esperienze come l’officina della Dozza di Bologna o la lavanderia che sta per aprire a Parma – continua la garante – ma sono ancora di nicchia”. Molto attivi gli imprenditori della Romagna, “tanto che il carcere di Forlì è ricco di iniziative”, meno a Modena dove la garante ha invitato gli imprenditori della zona a collaborare. “Si sta muovendo qualcosa, mi auguro che nei prossimi anni si andrà in questa direzione”. Altro problema è la carenza di educatori, psicologi, polizia penitenziaria: l’esempio è Piacenza in cui “ci sono 2 o 3 educatori su un totale di 280 definitivi”.

Tra i casi più eclatanti, Bruno segnala “lo scandalo” della Casa lavoro e circondariale di Castelfranco Emilia (Modena) e la “complessità straordinaria” del carcere di Parma. “A Castelfranco c’è una disattenzione colpevole da parte dell’amministrazione penitenziaria centrale – ha detto Bruno – Quel luogo, che comprende un’officina e un’azienda agricola, potrebbe dare lavoro a 200 detenuti, potrebbe essere un esempio virtuoso e invece è inutilizzato”. A Castelfranco ci sono 11 detenuti, di cui 9 definitivi. Parma ha una sezione 41 bis (condannati per reati di stampo mafioso) con 80 detenuti, una sezione di alta sicurezza con 200 reclusi (usciti dal 41 bis o responsabili di reati gravi legati alla criminalità organizzata) e 80 ergastolani “che non usciranno mai, si considerano ‘sepolti vivi’ e trascorrono 20 ore su 24 in cella senza fare niente”. A questo si aggiungono un centro diagnostico con 20 posti “in cui arrivano tantissimi detenuti malati, anche con storie criminali importanti, in età avanzata”, e la sezione paraplegici. “A Parma si sta costruendo un nuovo padiglione con 200 posti, una decisione che ha suscitato molte polemiche – ha spiegato Bruno – perché prima andrebbero risolti gli altri problemi, il problema della diagnostica, dei paraplegici, degli ergastolani che chiedono una cella singola per avere, pur in carcere, uno spazio in cui riconoscersi e non doverlo dividere con altri”. La garante ha anche ricordato che “il Piano carceri adottato quando c’era un grande sovraffollamento è stato fermato. I nuovi padiglioni di Ferrara e Bologna, di cui non c’era bisogno, non sono stati costruiti mentre a Piacenza e Modena i nuovi padiglioni creano conflitti con quelli vecchi e, dato che sono stati costruiti in fretta, presentano gli stessi problemi: rimangono al freddo, si rompono le tubature, gli ascensori non funzionano. Quello che manca è un progetto vero anche sull’edilizia carceraria”. 

“Durante il mandato abbiamo fatto 400 segnalazioni, di cui alcune collettive, abbiamo fatto molti incontri con i detenuti, tantissime le richieste di trasferimento per avvicinarsi alla famiglia, abbiamo sempre cercato il dialogo, molte volte ha pagato e in altre abbiamo presentato denunce ma sempre documentate – ha concluso Desi Bruno che ha ricordato il docente di diritto penale Massimo Pavarini “con cui si era creata una sinergia importante” scomparso nel settembre 2015 – Abbiamo creato una rete di relazioni importante, un buon percorso che spero venga portato avanti anche da chi verrà dopo di me”. (lp)

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