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21 ottobre 2015 ore: 18:21
Immigrazione

Rom sgomberati, video mette in dubbio l'accusa di violenza: “Noi presi a calci”

Il filmato è stato prodotto durante il processo sullo sgombero dell’ex campo di lungo stura Lazio a Torino. Sgomberato a singhiozzo dal gennaio del 2014, l’insediamento è al centro di un progetto di inserimento costato 5 milioni di euro, che ha suscitato numerose polemiche. Processo ancora in corso
Rom sgomberati a Torino 1
Lo sgombero dell’ex campo di lungo stura Lazio a Torino
Rom sgomberati a Torino 1

TORINO - Avevano denunciato una violenta aggressione da parte di un nomade. Che da solo avrebbe sopraffatto tre vigili urbani, gettandone due in terra e continuando poi a colpirli anche con i polsi ammanettati e gli occhi pieni di spray al peperoncino. Ma un filmato sembrerebbe dimostrare il contrario. Doveva concludersi oggi il processo che vede alla sbarra Aramis Botez, 23 anni, tra gli occupanti di quel che resta dell’insediamento abusivo di Lungo Stura Lazio, un tempo il più grande d’Europa, con duemila rom di origine romena nel periodo di maggiore densità. A denunciare l’aggressione, tre agenti del nucleo nomadi della Municipale di Torino, che sarebbero incorsi nella collera del ragazzo durante lo sgombero del 29 settembre scorso, quando il terzultimo settore dell’insediamento o è stato demolito e posto sotto sequestro.  

Secondo i vigili, due donne e un uomo, Botez avrebbe iniziato a dare in escandescenze  nel momento in cui alla madre Carla sarebbe stato impedito di riprendere possesso della sua baracca, sulla quale erano appena stati apposti i sigilli. I tre si sarebbero trovati quindi costretti a immobilizzarlo, estraendo per ben due volte l’arma d’ordinanza, per proteggersi “dal capannello di occupanti che si era formato sul posto”. L’avvocato difensore Gianluca Vitale, però, ha consegnato oggi al giudice Alfredo Robledo una serie di filmati ripresi dai teste, che dimostrerebbero un uso eccessivo della forza, oltre a notevoli discrepanze rispetto al racconto dei vigili. Il primo mostra una delle agenti estrarre la pistola per disperdere quella che è stata definitiva come una folla scalpitante: in realtà, a perdere le staffe è solo la madre di Botez, in quel momento immobilizzato su una sedia. La donna, peraltro, pur continuando a urlare è sempre rimasta a distanza dai vigili. Il secondo video mostra invece due degli agenti seduti sopra il corpo ormai inerme di Botez, mentre il ragazzo chiede inutilmente dell’acqua per l’effetto urticante dello spray al peperoncino. Sulla scena non c’è più nessuno nell’arco di almeno dieci metri; ma una delle agenti, chiamando rinforzi, denuncia: “ci stanno prendendo a calci e pugni”. 

La decisione del giudice potrebbe arrivare nel corso della prossima udienza, fissata per il 17 febbraio. Ma quel che è certo è che il processo sta portando ancora una volta alla luce le criticità ne “La città possibile”, il progetto del Comune di Torino che avrebbe dovuto trovare una sistemazione alle famiglie sgomberate, in linea con la Strategia d’inclusione adottata dall’Italia su pressione dell’Unione europea. Proprio i Botez, ad esempio, sono tra i 62 nuclei familiari a cui il comune, non potendo garantire una sistemazione abitativa, ha offerto il cosiddetto “rimpatrio assistito”. “In sostanza - spiega Cecilia, attivista nel collettivo “Gattonero Gattorosso", che sta seguendo il caso - in cambio dell’impegno a tornare in Romania, alle famiglie sono state offerte 300 euro mensili per un semestre circa, come se queste fossero sufficienti alla sussistenza. Quello che il comune e gli enti gestori sembrano dimenticare è che i romeni sono cittadini comunitari, ed erano dunque liberi di tornare quando volevano”. Questo, in effetti, è quanto sta puntualmente accadendo: come i Botez, decine di famiglie - trovatesi al momento dello sgombero senza un tetto sulla testa -  hanno scelto di accettare l’accordo, tornando in seguito in Italia, ad affollare i restanti insediamenti delle periferie torinesi. A Lungo Stura di occupanti ne restano meno di cento: l’ultima volta le ruspe sono entrate in azione lunedì, e - stando alla tabella di marcia del comune - le operazioni di demolizione dovrebbero terminare entro il 28 ottobre. 

Proprio le modalità dello sgombero - andato avanti a singhiozzo dal gennaio 2014 - sono ripetutamente finite al centro delle polemiche: più volte, occupanti e attivisti hanno denunciato atteggiamenti definiti “intimidatori” da parte delle forze dell’ordine. “Quando il progetto è partito - spiega Jean, ex occupante che da anni vive in appartamento ma ha continuato a tornare a LungoStura per assistere i parenti rimasti - gli assistenti sociali hanno iniziato a venire qui per un censimento. Nessuno ha mai capito in base a quali criteri sono state scelte le famiglie che hanno ricevuto una casa; ma per tutti gli altri a un certo punto sono iniziate le perquisizioni. La polizia arrivava con cani e manganelli, in assetto antisommossa, cercando un qualsiasi pretesto per rimandarci a casa con il foglio di via”. Daniel S., ad esempio, sarebbe stato rimpatriato a Bucarest “perché aveva acceso un fuoco davanti alla sua baracca” racconta Dominiza, una delle occupanti. La stessa cosa sarebbe accaduta “a una donna anziana, perché la sua stufa non era a norma”. 

Così, nel marzo scorso, uno stop temporaneo è arrivato dalla Corte per i diritti umani di Strasburgo,  intervenuta per la prima volta a  “congelare” lo sgombero di un campo italiano. “Alla maggior parte degli occupanti - aveva spiegato l’avvocato Vitale, che aveva seguito il caso - incluse famiglie con minori, anziani e malati a carico, non è stata offerta alcuna sistemazione alternativa. E a nessuno è stata comunicata la data esatta in cui le operazioni sarebbero riprese”. Una gestione che stride con il senso stesso del progetto messo in piedi dal Comune,  a lungo indicato come un esempio virtuoso in quell’integrazione che l’Europa ci chiede a gran voce.  Finanziato con 5 milioni di euro, il programma avrebbe dovuto fornire una serie di soluzioni alternative agli sgomberati, per evitare che questi andassero ad affollare i restanti insediamenti suol territorio. Ma mentre i rimpatri assistiti si stanno rivelando spesso un flop, ombre consistenti sono apparse anche sulle soluzioni abitative offerte ai rom. Nel marzo scorso, un dossier del capogruppo d’opposizione Maurizio Marrone aveva rivelato come lo stabile di corso Vigevano 41, destinato a 26 delle 81 famiglie che hanno ottenuto una sistemazione, era già stato sequestrato nel 2012 per una serie di abusi edilizi. L’edificio - da poco dichiarato inagibile - appartiene a Giorgio Molino, il chiacchierato “ras delle soffitte” che ha fatto fortuna ammassando immigrati irregolari all’interno delle sue mansarde. 

Rom sgomberati a Torino 2

Così, a un mese dalla scadenza del progetto, per i 26 nuclei familiari - la maggior parte dei quali hanno mantenuto l’impegno a mandare i figli a scuola, pagare contributi all’affitto e  frequentare tirocini lavorativi - sembra sempre più vicino il ritorno nelle baraccopoli. “Io ho cinque figli - spiega Maria Cristina, una delle abitanti dello stabile - e con grandi sacrifici li sto mandando a scuola. Ho sempre pagato l’affitto, pur non avendo un lavoro fisso, e ora mi dicono che dovrò andar via. Qualche giorno fa sono stato all’ufficio nomadi del Comune, e mi hanno risposto che se non ero in grado di badare ai bambini li avrebbero affidati all’assistenza sociale”. (ams)

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